Agli Uffizi nel 1936 entrarono cinquantamila persone. Oggi (dati del 2005) ne entrano un milione e mezzo. L'afflusso dei visitatori nel massimo museo italiano è aumentato di trenta volte in settant'anni. Aumenterà di altre trenta nei prossimi settanta? Ovviamente no perché gli Uffizi (come i Musei Vaticani, come gli scavi di Pompei) sono già al limite della capienza massima consentita. Anzi quel limite probabilmente lo hanno già superato e invocano la crescita zero. E allora come faremo con i milioni di cinesi e di indiani che presto molto presto - tutti ce lo auguriamo - raggiungeranno il livello di benessere dei giapponesi e vorranno, come loro, viaggiare, visitare la capitali dell'arte, dare almeno una occhiata alla Venere di Botticelli o alla Giocondo di Leonardo? E, ancora, cosa ha capito, cosa ricorda il «popolo dei musei» quando esce dalla Galleria Borghese di Roma o dalla National Gallery di Londra? Quali strumenti culturali ha per decodificare i sistemi simbolici dell'arte antica, le iconografie, gli episodi della storia sacra o del mito greco-romano; quali per intendere i valori estetici di un qualsiasi capolavoro del Rinascimento figurativo? Se è vero - come è vero - che capire qualcosa di un quadro di Tiziano o di Rembrandt è difficile come capire un sonetto di Shakespeare o una novella di Cervantes. Ho elencato alcune della domande che il convegno «L'idea di museo: identità, ruolo, prospettive» inevitabilmente sollecita. Ci sono musei o siti archeologici e monumentali che rischiano il collasso per eccessiva pressione turistica, perché sono diventati i totem dell'immaginario artistico universale. Ce ne sono altri, la stragrande maggioranza (penso alla mirabile rete dei musei civici e diocesani d'Italia) che muoiono per inedia, perché non ci va nessuno. Il problema fondamentale è quello delta identità. Non a caso questa parola è stata posta in epigrafe al primo posto nel sottotitolo del convegno vaticano. E infatti che cos'è oggi il museo per il pubblico ma anche per i suoi tecnici, storici dell'arte o archeologi? Il museo è nato come biblioteca di figure, come luogo dell'educazione e dell'incivilimento. Doveva servire a conservare la memoria della storia, a stimolare l'orgoglio patrio, a fornire modelli per le arti e per i mestieri artistici. Doveva contribuire, insieme alta scuola, a trasformare le plebi in cittadini. Per questi obiettivi ha preso forma, fra Settecento e Ottocento, la moderna idea di museo. Oggi non è più così o è così solo in parte. Ai nostri giorni l'idea di museo è associata a quella del tempo libero, dello svago, del divertimento, dello spettacolo. E infatti entrare agli Uffizi costa come andare al cinema. Mentre a Firenze come a Venezia, a Londra come a Parigi, i cittadini avvertono i loro grandi musei storici come qualcosa che non è più loro, che è stata espropriata dai turisti. Negli ultimi trent'anni il museo, come tutto intero il settore dei beni culturali, è andato gradualmente staccandosi dai suoi tradizionali ormeggi storicistici e idealistici per veleggiare verso gli incogniti lidi della economia della cultura, della fruttuosità aziendalistica. Modelli americani poco conosciuti e male intesi e una certa superficialità della classe politica, hanno favorito la pericolosa deriva. Qui da noi si parla sempre più spesso di fondazioni museali, di sinergia pubblico-privato, del museo che può (deve) diventare produttore di profitto, moltiplicatore di occupazione, soggetto economico protagonista. Sono gli idola phori - direbbe il grande Bacone - dominanti nell'Italia di oggi. Attenzione perché quegli «idoli» possono aprire scenari davvero inquietanti. E l'idea stessa di museo che rischia di uscirne stravolta. Non dobbiamo dimenticare mai che il nostro primo dovere è la conservazione del patrimonio che la storia ci ha consegnato. I «clienti» dei musei sono le donne e gli uomini che devono ancora nascere.