DISCUSSIONI Inutile ricollocare i frammenti: aveva ragione Cesare Brandi Titoli di giornale, comunicati stampa, dichiarazioni di critici e di appassionati paladini, tutte o quasi oltre le righe: Mantegna ritrovato, cappella Ovetari finalmente recuperata, rinascita del Mantegna e via folleggiando. Poi vieni a Padova, osservi attentamente la cappella Ovetari nella chiesa degli Eremitani e scopri un restauro attento, prudente, impegnato, e nessun falso, certo, ma scopri anche che delle parti non restaurate dall'ICR (Istituto Centrale per il Restauro) mezzo secolo fa perché ritenute perdute, resta sì e no un 5-7, e per giunta si tratta di frammenti quasi sempre collocati in zone marginali; ne conviene il Soprintendente Anna Maria Spiazzi: «C'è pochissimo». Ma allora che fare visto che per adesso è stata in parte restituita la parete sud, ma la nord e la volta sono tutte da «inventare»? Per capire si deve fare un poco di storia. Il bombardamento dell'11 marzo 1944 colpisce la chiesa degli Eremitani pesantemente distruggendo la terminazione absidale sud e la collegata cappella Ovetari; vanno a terra, in parte polverizzandosi, tutti gli affreschi, quelli della volta di Antonio Vivarini e Giovanni d'Alemagna, e delle pareti e dell'abside opera di Andrea Mantegna, Niccolo Pizolo, Bo-no da Ferrara, Ansuino da Forlì. Claudio Rebeschini, cui si deve la importante restituzione architettonica della intera cappella e dell'altare ricollocato adesso nella parte terminale e non al centro della struttura, come improvvidamente viene fatto dal soprintendente Forlati nel 1931, racconta: «Le macerie sono lì, solo dopo due giorni arrivano i regi carabinieri a proteggerle, come si vede in una foto», ma, a questo punto, la storia si complica. Si racconta che alcuni «appassionati» siano andati fra i calcinacci e i mattoni a portare via frammenti dipinti: sembra strano infatti che i resti pittorici poi recuperati siano quasi sempre di cornici, di tralci, e, salvo eccezioni, non del Mantegna. Comunque i tempi sono duri, siamo in piena repubblica di Salò, per cui solo dopo tre mesi l'ICR di Roma, diretto da Cesare Brandi, viene a recuperare quello che i vandalismi, il passaggio della gente, le intemperie hanno lasciato. Sono circa 80.000 frammenti, nella migliore delle ipotesi di pochi centimetri, la gran parte di meno di un centimetro quadrato, collocati dai restauratori in casse a più strati, smangiati ai bordi, mal conservati, fragilissimi. A Roma, Brandi affronta subito la ricomposizione delle parti superstiti e, nel dopoguerra, si rimettono insieme alcuni brani di pittura per i quali i frammenti rimasti sono più numerosi, fino a circa il 40 della superficie come nel caso del Martirio di San Giacomo. Le casse di legno rimangono all'ICR fino al momento della restituzione a Padova (1975 e 1992) e all'inizio di una operazione di cataloga-zione generale e di analisi informatica dovuta all'impegno di storici dell'arte e fisici guidati da Massimo Fornasier e Domenico Toniolo, tutti dell'università, che propongono una metodologia diversa per ricollocare i pezzi previe foto davanti e dietro, foto a luce radente, scansione e confronto con le foto in bianco e nero Alinari e Anderson. Il metodo è certo efficace ma i pezzi, davvero, sono ben pochi, per ogni campo alcune centinaia, e sono ancora meno quelli della volta, dell'abside e della parete nord colpite in pieno dalla bomba. Ma allora che fare? Certo, il risultato proposto lascia un poco perplessi, con quei coriandoli di colore sapientemente ricollocati dai restauratori Gianluigi Colalucci e Carlo Giantomassi, coriandoli che stanno come sospesi su una traccia fotografica e che contrastano fortemente con le scene sottostanti conservate perché staccate nell'800. Ma allora si deve ricostruire, e come e fino a che punto? Sia Brandi che Fiocco che decine di altri studiosi hanno sempre considerata perduta l'impresa mantegnesca degli Ere-mitani: che cosa si doveva fare? L'assessore alla cultura del Comune, Monica Balbinot dice: «Nessuno ha mai sostenuto di aver restituito Mantegna, gli affreschi Ovetari sono perduti, ma vi sono frammenti e colori che non si conoscevano, e questo recupero è importante per gli studiosi». E Anna Maria Spiazzi: «II processo di ricomposizione è analogo a quello dell'lCR di Brandi, si è cominciato con la fase conservativa dei frammenti, quindi è venuta la loro ricognizione informatica e il restauro, infine la ricollocazione». Ma il vero problema è come e sopra tutto se ricomporre le opere d'arte distrutte dalla guerra: in architettura gli esempi sono noti, Dresda e Varsavia, grazie a Bellotto, sono state ricostruite quasi per intero, da noi in genere siamo stati più prudènti, ma non lo eravamo nel dopoguerra segnato da tante ricostruzioni, come del resto in Francia. Ma allora, per la pittura, quale è il limite? «La valutazione della parete sud può essere negativa, restano pochi frammenti, ma la riflessione andava fatta; certo che in futuro i materiali superstiti saranno consumabili». In realtà, lo riconosce la Spiazzi, della parete nord «c'è pochissimo» ma resta un problema, quel bianco abbacinato che adesso uccide anche le parti restaurate; così, a questo punto, le soluzioni sono davvero poche. Persa di credibilità la fiaba del recupero della cappella del Mantegna a mio vedere resta soltanto una ipotesi di lavoro: stampare su dei supporti le fotografie in bianco e nero Alinari e Anderson della cappella, foto fra l'altro incomplete, mantenendo un tono più basso come nel restauro della parete sud, e restituire così uno spazio architettonico leggibile alla cappella dove di Mantegna e degli altri restano le parti staccate nel secolo XIX e i frammenti ricomposti da Brandi. Sarà una restituzione convenzionale e dovrà essere senza suggestioni, ritocchi, completamenti: la cappella è perduta e i coriandoli sospesi sulle pareti non possono illudere nessuno.