L'arrivo di alcuni pezzi forti della collezione Trivulzio di Milano nei Musei Civici di Arte Antica di Torino (parliamo dei capolavori di Antonello da Messina e di Jan Van Eyck) avvenne al termine di un'autentica battaglia combattuta tra autorità, antiquari e nobiluomini. E un ruolo determinante lo giocarono anche i mezzi di comunicazione, che ebbero il merito di portare clamorosamente allo scoperto quello che potremmo definire l'affaire Trivulzio. Alla fine degli anni Venti, circolò voce che l'antica famiglia milanese dei Trivulzio, nella persona del principe Luigi Alberico, aveva deciso di disperdere sul mercato antiquario una parte delle strepitose collezioni d'arte avite. Le città di Torino e Milano si dimostrarono subito interessate all'offerta e i più grandi antiquari del tempo scattarono come lepri. Si configurarono immediatamente due schieramenti. Da un lato c'era l'antiquario torinese Pietro Accorsi che si offrì come intermediario tra il nobile Trivulzio e il direttore del Museo d'Arte Antica di Torino Vittorio Viale, e costoro potevano contare sul potente quanto discreto appoggio del principe Umberto di Savoia. Sul lato opposto si schierò il podestà di Milano Marcello Visconti di Modrone e il direttore dei Musei milanesi Giorgio Nicodemi. Il loro patrono occulto era Benito Mussolini. Sulle misteriose e immaginiamo estenuanti trattative per la cessione della collezione trivulziana non trapelò nulla fino al 1935, quando il giornalista Raffaello Giolli dalle colonne del romano «Eco del mondo» portò clamorosamente alla ribalta l'affare: «Il principe Trivulzio ha firmato un compromesso per la cessione delle sue collezioni alla città di Torino. Tutto andrà a Palazzo Madama. Portar via da Milano la collezione Trivulzio è come strappare un pezzo di Sant'Ambrogio". Il sindaco di Milano reagì immediatamente appellandosi a Roma. Ma dalle colonne de «La Stampa» partì l'offensiva della difesa: «Che vi fossero in corso trattative tra la città di Torino e il principe Trivulzio per l'acquisto delle sue ricchissime collezioni era cosa nota anche agli antiquari d'America. Così come non era un mistero che il patrizio milanese, pur intendendo disfarsi di alcuni oggetti, desiderasse evitare quelle tristi dispersioni alla spicciolata». Il «Corriere della Sera» fece sapere che anche il Capo del Governo «intento a Stresa con alte personalità politiche estere a problemi che tutto il mondo agita» era stato informato della vicenda. Montando la polemica sui giornali, il direttore Vittorio Viale si rese conto che sarebbe stato molto difficile vedersi assegnata l'intera collezione e si disse disponibile a un accomodamento con Milano: avrebbe ceduto una piccola parte della raccolta alla città rivale. Compilò l'elenco ed espresse le priorità irrinunciabili per Torino, ad esempio il Libro d'ore di Van Eyck, motivata con un'eloquente annotazione accanto: «Desiderio del S.A.R il Principe di Piemonte». Ma il podestà di Milano ottenne udienza da Mussolini e la destinazione della collezione Trivulzio venne esattamente ribaltata. Sotto la mano benedicente del Duce, il podestà di Torino e quello di Milano si accordarono con «nobile, fraterno, fascistissimo gesto»: il grosso della collezione Trivulzio sarebbe rimasta a Milano nel Castello Sforzesco e Torino sarebbe stata "risarcita" della perdita con alcuni pezzi di punta, come il ritratto di Antonello e il Libro d'Ore cli Van Eyck. il Duce l'ebbe vinta su Umberto. Il 30 aprile 1935 ci fu l'esposizione a Palazzo Madama.
Palazzo Madama. L' affaire Trivulzio
Nel 1935, la collezione Trivulzio di Milano, che comprendeva capolavori di Antonello da Messina e Jan Van Eyck, fu oggetto di un affare complesso tra antiquari, nobili e autorità. Il principe Luigi Alberico Trivulzio aveva deciso di disperdere la collezione, e le città di Torino e Milano si sono dimostrate interessate. Due schieramenti si sono formati: quello di Pietro Accorsi, intermediario tra Trivulzio e Vittorio Viale, e quello di Marcello Visconti di Modrone e Giorgio Nicodemi, sostenuti da Benito Mussolini. Le trattative sono state segrete fino al 1935, quando Raffaello Giolli ha portato l'affare alla ribalta.
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