MILANO. È allarme sui siti italiani patrimonio dell'umanità. L'Unesco ha posto tre siti vale a dire Val d'Orcia, Isole Eolie e Villa Saraceno in Veneto sotto osservazione speciale. Intanto, la legge sui siti Unesco varata nel 2006 stenta a decollare; la Finanziaria 2007 ha previsto per ora solo 6oomila euro nei prossimi due anni e 3,8 milioni dal 2009. I siti italiani non sono stati iscritti nella lista nera vera e propria, ma l'allarme è suonato. A sottolinearlo è Francesco Bandarin, dal 2000 direttore del World Heritage Centre Unesco, primo italiano a ricoprire questo incarico. «Riceviamo molte sollecitazioni a intervenire spiega Bandarin, veneziano, 56 anni ma non è facile farlo. Il centro di Napoli, il metrò a Firenze e soprattutto Pompei non sono certo modelli di buona gestione». Il primo dei tre siti su cui si sono accesi i riflettori è la Val d'Orcia, in Toscana, messa in pericolo dal via libera alla costruzione di una serie di villette a Monticchiello. Il secondo è la villa Saraceno, costruita da Andrea Palladio a Finale di Agugliaro (Vicenza), di proprietà di un trust inglese. lo questo caso è l'autostrada della Valdastico a creare una minaccia: «Siamo riusciti a far spostare il tracciato a 800 metri di distanza spiega Ballarin ma resta la questione degli svincoli, che potrebbero passare troppo vicino». Infine le Isole Eolie, in particolare Lipari, che al momento dell'iscrizione si era impegnata a chiudere una cava di pomice. Cosa che non è ancora avvenuta, «anzi, l'impressione è che stia crescendo» dice Bandarin . Presto manderemo una missione per controllare la situazione». L'Italia è il Paese che concentra il maggior numero di siti Unesco: 41 in tutto, il 5 circa degli 830 iscritti nel mondo. Non tutti però versano in buone condizioni. Nei giorni scorsi è suonato l'allarme sui villaggio industriale ottocentesco di Crespi d'Adda: lo storico stabilimento tessile è chiuso, il vicino castello va in rovina. Tuttavia la lista degli aspiranti siti Unesco è ancora lunga: sono una quarantina quelli che si preparano a chiedere di essere inseriti sotto l'egida dell'organismo internazionale. Ma è davvero importante questo "marchio"? Per Bandarin quantificarne il valore non è facile: «Sappiamo ancora poco dice di quanto effettivamente valga il marchio Unesco, quanto sposti in termini economici la presenza di questo brand». E per cercare strumenti efficaci per trasmettere informazioni al pubblico, l'Unesco ha siglato accordi: il primo con Expedia, agenzia online americana, il secondo con la francese Jet Tours. Un valore aggiunto, comunque, sicuramente c'è, sia sul piano turistico (soprattutto per i luoghi meno conosciuti), sia sul fronte della difesa del territorio. Su questo aspetto l'Italia ha ancora molto lavoro da fare. «Sicuramente l'Italia ha fatto pochissimo per valorizzare a fini turistici il brand Unesco e i relativi siti commenta Joseph Ejarque, spagnolo e uno dei top manager turistici oggi nel nostro Paese Il Paese perde così una grandissima opportunità. Tranne alcune eccezioni non esiste un'offerta di viaggi in Italia all'insegna dell'Unesco, mentre altri Paesi, come Francia, Gran Bretagna e Spagna, stanno investendo moltissimo». «L'Italia ha una struttura territoriale di protezione del patrimonio, rappresentata dalle Sovrintendenze, che gli altri Paesi non hanno sottolinea Bandarin e questo è un principio di tutela molto valido, perché non punta sul singolo monumento o bene. Il problema è che molte Sovrintendenze non hanno un direttore o sono gestite ad interim, non ci sono soldi, non si fanno concorsi. Bisogna ricostruire la sovranità delle Sovrintendenze, il rischio è che in breve tempo venga distrutto un intero sistema». Sintomatico il caso Monticchiello. «Il Comune sottolinea Bandarin aveva il potere di concedere le licenze. Bisogna creare "zone sensibili" all'interno delle quali deve valere una normativa particolare. Per questo chiediamo, come prevede l'Unesco all'atto dell'iscrizione del sito, che ci siano piani di gestione. Ora finalmente si stanno facendo, ci stanno arrivando per quasi tutti i siti. La strada è questa, solo così si può avere uno strumento di coordinamento».