Ha il grande merito di aver riportato in onore l'idea-forza della pianificazione paesistica nel momento in cui tante altre regioni sbracano cedendo ad una forsennata corsa edilizia Le linee-guida del suo piano: priorità alla preservazione del paesaggio, alla riqualificazione e al recupero dell'esistente, a forme di sviluppo fondate su una nuova cultura dell'ospitalità Abbiamo costruito nuovi villaggi e abbiamo svuotato i paesi che c'erano. Abbiamo costruito villaggi fantasma e abbiamo reso fantasma i villaggi vivi. La "buona edilizia" può svilupparsi riqualificando i villaggi e i paesi esistenti perché vivano meglio tutto l'anno, perché i sardi ci possano lavorare e non semplicemente in funzione di quel breve periodo e di turisti che noi vorremmo invitare a conoscere la Sardegna più a fondo, fuori dall'enclave chiusa dei villaggi turistici». Ho riportato per intero questo passo del discorso che Renato Soru, governatore della Sardegna, va facendo da tempo e che, in questa Italia del cemento, stupisce per chiarezza di visione, per antiveggenza, per risolutezza nel voler salvaguardare quanto di intatto c'è ancora nella sua isola, anche sulle coste più investite da massicce operazioni edilizie. L'obiettivo strategico che sta perseguendo non a chiacchiere «bensì col più grande piano paesistico mai realizzato in Italia», come fa notare l'ingegner Edoardo Salzano, presidente del comitato scientifico per il piano medesimo (realizzato dagli uffici tecnici regionali). Propongo un parallelo che parla da sé: se il Piano Paesistico Regionale, il PPR, verrà definitivamente approvato e attuato, si salveranno lungo i 1.731 km di coste sarde centinaia di km di dune profondissime che hanno tante funzioni oltre a quella estetica (salvano la macchia mediterranea dalle mareggiate e dalle tempeste di salmastro e di sabbia, operano un ripascimento naturale, ecc.) e che possono in futuro concorrere ad attrarre un turismo finalmente amante della natura. In Adriatico invece -dove dai primi decenni del '900 va avanti un modello turistico fondato sulla cementificazione e sull'asfaltatura della costa - dei 1.260 km di dune a uno o più cordoni esistenti un secolo fa, ne sopravvivono appena 123, cioè meno del 10 per cento. Così, alcune regioni non presentano più nemmeno 1 km di duna fra Trieste e Otranto. Un autentico massacro al quale è sfuggito e sfugge a fatica lo stesso delta del Po. Per la verità una folla di aspiranti-lottizzatori di Goro, nel delta ferrarese, avrebbe voluto una bella litoranea per poi poter "riminizzare" anche lì. Li fermò la Regione, nata da poco. li fermò, anche fisicamente, nel 1972, Guido Fanti, presidente della medesima, salvando un gruppo di ambientalisti, fra i quali Giorgio Bassani e Antonio Cedema, da un minaccioso assedio. Altri tempi. Renato Soru ha il grande merito di aver riportato in onore l'idea-forza della pianificazione paesistica nel momento in cui tante altre regioni italiane (dei più diversi colori politici) o sbracavano cedendo ad una forsennata corsa edilizia che è tutta di puro mercato, oppure fabbricavano chiacchiere lasciando anch'esse costruire seconde e terze case a tutto spiano. Sapete a quanto è precipitato l'intervento pubblico nell'edilizia italiana? Dalle 35.000 abitazioni di un ventennio fa al migliaio o poco più del 2004, dall'8 all'1 per cento. Sapete a quanto è sprofondata, da noi, l'edilizia sociale sul complesso degli alloggi in affitto? Al 4 per cento, contro il 18 della Francia, il 21 di Regno Unito e Svezia e il 35 dei Paesi Bassi (siamo in coda all'Europa). Sapete di quanto è balzato in alto, per contro, l'indebitamento delle famiglie italiane per comprarsi una casa? Del 134 per cento in cinque anni. In testa ai permessi di costruzione ci sono la Lombardia, il Veneto, ampiamente devastato, e l'Emilia-Romagna, seminata di gru. Ma pure la Toscana e l'Umbria, fino a ieri "felix", hanno la febbre alta. Ancora nel 2003 erano stati rilasciati in Sardegna permessi di costruzione per 9.224 abitazioni in fabbricati residenziali. Poco meno che in Campania che però ha 5,7 milioni di abitanti contro il milione e 631 mila della Sardegna. Renato Soru e la sua maggioranza di centrosinistra sono partiti, in attesa del PPR, dal decreto salvacoste a difesa di una fascia di 2 km dietro le spiagge e che il governo di Silvio Berlusconi (il quale ha forti interessi immobiliari nell'isola, a Costa Turchese) impugnò nel gennaio 2005 con un atto considerato di vera e propria prevaricazione politica. Poi ha insediato il comitato scientifico coordinato da Salzano, il quale ha elaborato le linee-guida del PPR. Quindi gli uffici tecnici della Regione hanno lavorato a vapore, con entusiasmo, al piano stesso. Si possono ben immaginare le resistenze degli interessi grandi e piccoli incrostatisi negli scorsi decenni sul turismo sardo, seccamente stagionale, l'opposizione dei Comuni guidati dal centrodestra (ma non solo) ormai abituati ad incassare somme ingenti dalle nuove concessioni edilizie. Le osservazioni sono state quasi tremila, con parecchi mal di pancia nella stessa maggioranza, e però Soru ha portato a compimento nel settembre scorso l'approvazione dei piani in sede di Assemblea regionale. «La valorizzazione non ci interessa affatto», aveva volutamente rimarcato il governatore sardo nell'atto di insediare il Comitato scientifico. Al convegno del Fai ha riscosso consensi sostenendo che la Sardegna non ha bisogno di un tardivo «capitalismo karaoke». «Abbiamo semplicemente capito che i pezzi del nostro paesaggio costiero rimasti intatti andavano salvaguardati e trasmessi alle future generazioni». Un modo per ribadire, con assoluta chiarezza, che - come afferma anche Salzano - «conservare e gestire responsabilmente il paesaggio, prodotto del millenario lavoro dell'uomo su una natura difficile, significa conservare l'identità di chi lo abita. Un popolo senza paesaggio è un popolo senza identità né memoria». Di qui le linee-guida del piano: priorità alla preservazione delle risorse paesaggistiche, al loro ruolo strategico sul piano culturale, alla riqualificazione e al recupero dell' esistente, a forme di sviluppo fondate su di una nuova cultura dell1 ospitalità «sottratta alle ipoteche dello sfruttamento immobiliare ed agli effetti devastanti della proliferazione delle seconde case e dei villaggi turistici isolati». Il PPR rappresenta da una parte il catalogo aggiornato delle risorse del territorio e del paesaggio sardo e dall'altra il centro di promozione e di coordinamento di ogni azione volta alla tutela e ad uno sviluppo soste-nibile. Per questo Soru può affermare «la valorizzazione non ci interessa affatto»: nell'opera di tutela egli vede già ricompresa anche quella di valorizzazione e di qualificazione dell'esistente. Un concetto fondamentale, centrale, e invece oggi quanto mai disatteso. Anche dalla sinistra, spesso scioccamente sviluppista, che non vuoi fare i conti col dissennato consumo di suolo libero in corso in Italia. Nel programma dell'Unione c'era un accenno alla necessità di frenare e invertire questa rotta folle, ma, per ora, atri concreti non se ne sono visti. In tal senso gli studi preparatorii per il PPR sardo e gli elaborati del Piano medesimo possono ben costituire una base strategica di discorso per tutti. Anche per migliorare, speriamo presto e bene, il lacunoso Codice dei beni culturali e del paesaggio. Il PPR poggia sulla corretta impostazione del processo di co-pianificazione. È chiaro che gli enti locali non possono essere i meri destinatari del piano. Devono contribuire attivamente. Ma, allorché insorgano contrasti in forza dei corposi interessi che il turismo ha mosso e muove, non vi può essere la paralisi, né ogni Comune può fare da sé (come è avvenuto nel caso ormai emblematico di Monticchiello, nel Senese). Ogni soggetto deve cioè assumersi le proprie responsabilità, secondo il modello gerarchico ribadito dalle sentenze della Corte costituzionale. L'articolo 9 della nostra Costituzione recita del resto con chiarezza «la Repubblica tutela il paesaggio». Fu proprio un politico sardo di grande spessore, il sardista, poi azionista e socialista, Emilio Lussu, a proporre la dizione «la Repubblica» in luogo di quella originaria «lo Stato», ricomprendendo in essa l'armonica cooperazione fra Stato, Regioni, Province e Comuni. In sede di articolo 117 si affidò peraltro allo Stato la tutela del patrimonio storico e artistico. Trattandosi di una Regione a statuto speciale, deve funzionare in modo ancor più positivo il binomio Stato-Regioni: al fine di «produrre» tutela attiva, non dissesto privato e assenza di piani pubblici, come invece è avvenuto in Sicilia. Secondo quanto dettano le stesse norme europee -si afferma nel documento di base per il PPR sardo - «principio di sussidiarietà vuoi dire che laddove un determinato livello di governo non può efficacemente raggiungere gli obiettivi proposti, e questi sono raggiungibili in modo più soddisfacente dal livello territorialmente sovraordinato (UÈ nei confronti degli Stati nazionali, Stato nei confronti delle Regioni, queste nei confronti delle Province e così via), è a quest'ultimo che spetta la responsabilità e la competenza dell'azione». Esemplarmente chiaro. Entro il 1 maggio 2008 le Regioni dovranno aver elaborato i nuovi piani paesistici secondo le prescrizioni del Codice. Teoria e pratica del PPR sardo possono essere di grande aiuto in un Paese spaesato e, a volte, proprio sbandato, senz'altra bussola che non siano, come ieri e peggio di ieri, la rendita fondiaria e la speculazione edilizia.
l'Unità
11 Dicembre 2006
II Modello Soru.
VI
Vittorio Emiliani
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