Le capitali culturali d'Italia non devono né temersi né farsi la guerra ma imparare a collaborare. A mettersi in rete, ciascuna con le prorie idee e creatività. Primo, perché il moloch di una Roma vorace e pigliatutto sembra svaporare per sempre. Secondo, perché i fatti dimostrano che una sana e benefica competizione di idee e progetti genera ricchezza e sviluppo diffuso. Terzo, perché tutti sono d'accordo a chiedere al Governo un coordinamento delle politiche culturali. Una governance nazionale che non dica chi in Italia deve fare il cinema e chi la musica, ma armonizzi le libere proposte e unisca in nuovi percorsi città grandi e città piccole dove nascono grandi eventi. Tipo quel Mantegna che ha spedito fra Milano, Mantova, Verona e Treviso settecentomila visitatori. E' bastata una nevicata sul Sestrière a seppellire vecchie ruggini e nuovi fantasmi e a mettere d'accordo Torino, Milano, Roma e Napoli, faccia a faccia nel dibattito «Le capitali italiane della cultura: competizione o collaborazione» in programma ieri per Casa Olimpia. A dar fuoco alle polveri era stato Rolando Picchioni. Attenti a non fare come i capponi di Renzo che si beccano fra loro mentre c'è chi accende il fuoco per il brodo. Brodo alla capitolina, beninteso: «L'Italia vive sulla ricchezza delle sue cento città e non tollera la reductio ad unum. Il federalismo culturale dev'essere un fatto ineludibile». Fiorenzo Alfieri invoca «un governo che diriga il traffico». Ma le prove tecniche di governance zoppicano, come il vertice chez Rutelli per il cinema fra Torino, Venezia e Roma che ha partorito solo una goffa collezione autunno-inverno di festival. E se a Napoli difesa dal caposervizio del Mattino Pasquale Esposito stereotipi e pregiudizi sembrano avere la meglio sulla capacità di comunicare quanto la città è avanti, la schiarita da Roma arriva da Jean-Léonard Touadi, assessore alle Politiche Giovanili in ascesa per raccogliere da Gianni Borgna il testimone della cultura: »Per decenni Roma è rimasta schiacciata da un ruolo di gestore passivo del proprio patrimonio, che ha intimorito la creatività e trasformato gli amministratori in "custodi intelligenti". Abbiamo semplicemente colmato il gap e riattivato gli enzimi della contemporaneità. Quanto alla grandeur di Veltroni-Bonaparte, non corrisponde né all'uomo né al progetto politico che ha in mente». D'accordo persino Vittorio Sgarbi, ambasciatore per Milano e incendiario in grande soirée: «Veltroni ha semplicemente stabilizzato l'effimero di Nicolini. Roma non diventerà mai la Parigi italiana perché è piena di musei senza visitatori, allestiti in modo grottesco, roba da Procura». Resta l'incubo MiTo, ma Sgarbi ammicca: «Ho un'idea ogni venti minuti, la Moratti mi dice "fantastico", e poi me ne dimentico. In realtà sono un parassita. Voglio fare poche cose di classe. Quello che mi interessa lo prendo già pronto dalle altre città e lo porto a Milano, come SettembreMusica. Ma in cambio voglio che tutti possano avere quello che organizzo. Quel che è mio è vostro». Magari in cinquanta minuti di alta velocità.