Il titolo contiene un'orgogliosa affermazione e un problematico interrogativo: «Campania felix: e se si ripartisse dalla cultura?». Per poterlo fare, il punto da cui muoversi appaiono proprio le trecento pagine, fitte di dati e tabelle, del primo rapporto sull'economia dei beni culturali nella regione, curato da Ludovico Solima della Seconda università di Napoli per la Scabec, la Società campana beni culturali, ed edito da Electa. È il risultato di una ricerca che cronologicamente si ferma al 2004 ma che consegna riflessioni ed elementi dall'intatto valore. Domani ne discuteranno, all'auditorium del Museo di Capodimonte (nella foto), Giovanna Barni, Eduardo Cicelyn, Luca Dal Pozzolo, Stefano De Caro, Maria Luida Nava, Marino Niola, Sergio Sciarelli, Nicola Spinosa e lo stesso Solima. Concluderà l'assessore regionale Marco Di Lello. «La pubblicazione ha inteso stimare i risultati raggiunti sul piano economico nel settore e, nel contempo, individuare una metodologia finalizzata al monitoraggio delle variabili socio-economiche e finanziarie che gli ingenti investimenti nel comparto possono generare», spiega Di Lello. Il rapporto evidenza comunque contraddizioni gravi. Se, come ribadito dall'Unesco, la Campania è insieme alla Toscana la regione che conta il maggior numero di siti d'interesse culturale e ambientale in Italia, a questo ruolo corrisponde un'immagine complessiva sfocata che si traduce - spiega Francesco Izzo nel capitolo dedicato all'offerta dei beni culturali - nell'incapacità del territorio di esprimere un'attrazione corrispondente alle proprie potenzialità. Questo per due ragioni di fondo. La prima: ai luoghi d'eccellenza - Pompei, il Museo archeologico di Napoli, la Reggia di Caserta, la Certosa di Padula - fanno da contrappunto situazioni diffuse di degrado e abbandono dove a stento si riesce ad assicurare le condizioni minime di conservazione. La seconda: fra beni culturali e paesaggio ci sono «imbarazzanti discontinuità» che deprimono l'offerta globale e provocano «una grave perdita di unicità e di identità del sistema dell'offerta». L'indagine condotta su un campione di 137 unità ha fatto risaltare la conclusione che in poco più del 20 per cento dei musei si segnalano episodi di chiusura degli spazi espositivi. Dal 1996 al 2004 si è registrato l'11,6 per cento d'incremento degli ingressi. Un buon dato, ma inferiore a quello nazionale tanto da provocare una regressione del peso della Campania sul totale italiano, dal 23,2 per cento del 1996 al 20,2 per cento del 2004. La distribuzione geografica denota una disomogeneità tra le province, dove Avellino e Benevento incidono solo per l'1 per cento sul totale e Caserta scende dal 18 per cento del 1996 all'11 per cento del 2004. Il visitatore medio ha 42 anni, è italiano e nella maggioranza campano, diplomato o laureato e svolge una professione di tipo intellettuale, si muove perché in vacanza e puntualmente gli tocca scontrarsi con difficoltà organizzative come l'accessibilità ai siti, l'accoglienza all'interno, la scarsa valorizzazione dei materiali. Nonostante tutto, insiste e grazie a lui si arriva nel settore a un reddito di oltre 700 milioni di euro, per 650 unità lavorative a cui si aggiungono i 1000 dell'occupazione indotta e i 37.800 di quella coivolta.
Musei e scavi come ripartire dai beni perduti
Il rapporto sull'economia dei beni culturali della Campania, curato da Ludovico Solima, analizza i dati e le tabelle relative all'economia del settore nel 2004. Il rapporto evidenzia contraddizioni gravi, come l'incapacità del territorio di esprimere un'attrazione corrispondente alle proprie potenzialità, a causa di luoghi d'eccellenza come Pompei e la Reggia di Caserta, che si trovano a fianco di situazioni diffuse di degrado e abbandono. Il rapporto mostra anche che il 20% dei musei si chiudono gli spazi espositivi e che il peso della Campania sul totale italiano è diminuito del 2,8% tra il 1996 e il 2004.
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