L'urbanista Vezio De Lucia: è una cattiva politica quella di cacciare i residenti. Deve restare la gente con le proprie attività Appello di 60 intellettuali e professionisti: basta con i locali, o il degrado sarà irreversibile Parlano del centro di Roma come di' «una Disneyland di basso livello». Chiedono alle istituzioni «un'ampia riflessione sulle funzioni reali che oggi deve avere la capitale», e sulle «scelte culturali ed economiche». Ma soprattutto rivolgono «un pressante appello» al sindaco Walter Veltroni, al presidente della Provincia Enrico Gasbarra, a quello della Regione Piero Marrazzo «affinché affrontino adeguatamente i problemi spinosi che stanno emergendo, sempre più allarmanti e numerosi, nei quartieri centrali ed ormai anche in quelli semi-centrali della città storica». Un appello di quaranta righe fitte, firmato (per ora) da sessanta persone di alto profilo professionale, che vivono in centro e in altri quartieri della città. Vanno dalle due promotrici, gli architetti Gaia Pallottino e Costanza Pera, alla direttrice della galleria Borghese Anna Coliva; dagli ambientalisti Arturo Osio, Fulco Pratesi e Grazia Francescato, a Desideria Pasolini dall'Onda e Vittorio Emiliani. Vi sono famosi avvocati o professori di diritto come Vittorio Ripa di Meana, Vincenzo Cerulli Irelli, Luigi Ferrari Bravo, Livia e Giandomenico Magrone. Ancora: Braccio Oddi Baglioni e Leonardo Chanaz, Urbano Barberini e Beatrice Medi, oltre alla «consulta per la vivibilità del Centro storico». Urbanisti di grido come Pierluigi Cervellati e Vezio De Lucia. I motivi del degrado «sono tanti -spiega Vezio De Lucia - ma uno è di natura strategica: La perdita della residenza popolare e storica. Negli anni '70 sono state famose le politiche per il recupero dei centri storici conservando i ceti che tradizionalmente vi abitavano con le loro attività: perché l'obiettivo deve essere il centro storico e la sua gente, altrimenti diventano dei "simulacri". Una politica che porta a "fuori i residenti e dentro il lavoro" crea una situazione complessiva di disagio, alla base di tutti i problemi». «Se vanno via altri abitanti diventa un centro di cartapesta - afferma Gisella Pandolfi, portavoce della "Consulta per la vivibilità del centro storico" -. E in tanti stanno progettando di andarsene». Un degrado, secondo i sessanta firmatari, che riguarda zone da tempo prese di mira dalla movida notturna come Trastevere (da piazza Trilussa a San Cosimato), Campo de' Fiori, piazza Navona, la Maddalena o il Pantheon, Monti e Testaccio, ma anche San Giovanni. E quello che temono in modo particolare è l'arrivo di nuovi locali in zone allo stremo. Perché «con le leggi Bersani del 1998 e del 2006, che non distinguono fra quartieri nuovi e città antiche, la spinta alla moltiplicazioni dei locali ha ricevuto una nuova accelerazione», dicono. Ancora: «va rivista - scrivono - la nuova norma regionale che riunisce in una sola licenza tutte le attività diurne e notturne di ristorazione, mescita, pub e bar. Così anche i forni potranno vendere pizza nelle ore notturne». «I locali diventeranno "multitempo" -spiega Gisella Pandolfi - potranno aprire all'alba come i bar e andare avanti di notte come i pub. Noi desideriamo che il sindaco capisca che questa legge regionale deve avere delle regole. E lo può fare grazie anche ai suoi "Poteri speciali" sulla salute». «Purtroppo il degrado è in accelerazione - aggiunge Leonardo Chanaz -. Nonostante la grande attività di parole di tutti gli amministratori, c'è un ritmo di apertura di nuovi locali inaudito e inarrestabile». E «senza controlli - dice Beatrice Medi - soprattutto di notte. Per noi ormai è una tragedia». «La liberalizzazione della Bersani e la nuova legge regionale, per certi versi condivisibili - spiega Gaia Pallottino - nelle menti di qualche titolare è libertà indiscriminata di aprire nuovi bar, ristoranti e locali. Va invece capito che anche le nuove norme devono avere delle regole. Altrimenti i cittadini saranno espropriati perfino del diritto di camminare». «Noi chiediamo - afferma Costanza Pera -che qualcuno si occupi di mantenere il senso profondo di questa città, che non è l'ordinarietà oggi imperante, ma una stratificazione di storia e di spiritualità che non può essere trattata in questo modo. Si provocano così dei danni dai quali è poi difficile tornare indietro. E - conclude - la raccolta di firme per l'appello va avanti».