«Un candelabro destinato a far luce nella storia»: così Giorgio La Pira definiva Firenze. Candelabro che fino a qualche secolo fa appariva come un faro, per come sapeva irradiare arte e cultura al mondo. Funzione cui non deve abdicare secondo Mario Lolli Ghetti, direttore per i beni culturali e paesaggistici della Toscana. Come? Evitando che la città-museo diventi città-mausoleo polverosa ed autoreferenziale, rimanendo etimologicamente fedele nell'offrirsi come «luogo delle muse, cioè della valorizzazione dell'arte». E quindi tutelare la propria sconfinata ricchezza artistica: per questo, nel 1982 il centro storico di Firenze è stato iscritto nella lista del patrimonio mondiale dell'Unesco, che compie 60 anni. Per la ricorrenza, il centro Unesco di Firenze (che per mano della presidente Maria Luisa Stringa ha premiato Ciampi e Terzani per l'impegno «per la comprensione dei popoli») ha organizzato nei giorni scorsi varie iniziative culminate nel convegno di ieri a Palazzo Vecchio. Un piano di gestione per la città per il triennio 20062008. I piani di gestione sono lo strumento di cui l'Unesco, con ministeri, enti locali e sovrintendenze, si dota per conservare il valore di un sito, analizzando il contesto e le sue forze di cambiamento, coinvolgendo più settori e soggetti e individuando strategie operative per lo sviluppo sostenibi-le e la cura del patrimonio culturale. Al convegno Lolli Ghetti ha indicato le priorità nei progetti fiorentini: il recupero di piazza Santa Maria Novella, il percorso del Principe e il Grande Boboli, l'aumento del turismo di qualità e della consapevolezza della storia di Firenze, diffondendone la conoscenza anche nelle scuole e sfruttando quel volontariato culturale che dall'alluvione del '66 è un vanto per la città. Ma non mancano le criticità: la faticosa mobilità cittadina, i flussi selvaggi di turisti, l'inquinamento, il degrado, la minaccia dell'Arno. E soprattutto la perdita dell'identità culturale, della quale i fiorentini, «abituati a passeggiare tra Michelangelo, Cellini, Donatello e ad assorbirli empaticamente», come ricordava ieri l'ex soprintendente Antonio Paolucci, hanno sempre fatto la loro eccellenza.