Venerdì 8 Dicembre 2006 Il fabbriciere di San Zeno Flavio Pachera rinviene sull'abside maggiore i segni degli artigiani Lo storico Brugnoli: «È una scoperta sensazionale» È la prima volta che queste specie di «marchi di fabbrica» vengono trovati su un edificio sacro della città Quei segni a forma di spiga o abete stilizzato e di zeta rovescia, ora in verticale ora in orizzontale, erano lì dove sono sempre stati per sei secoli e più, a portata di sguardo di chiunque si trovasse a passare da quelle parti, solo che nessuno ci aveva badato più di tanto. Poi un giorno, ci casca sopra l'occhio di un architetto appassionato di storia dell'arte e dell'architettura, così innamorato di San Zeno, la basilica del suo quartiere, da esserne diventato il fabbriciere che da anni e anni ne cura la manutenzione ordinaria e straordinaria. Ed è così che Flavio Pachera ha ritrovato qualche giorno fa sull'abside di San Zeno i segni lasciati dai lapicidi che fornirono il materiale lapideo, più volgarmente i blocchi di pietra, in arenaria o tufo, per la sua costruzione. Essi sono le firme, oggi diremmo i marchi di fabbrica o i «loghi», che garantivano la qualità delle forniture e nello stesso tempo pubblicizzavano il lavoro e fornivano la contabilità per il pagamento del lavoro, che all'epoca era rigorosamente a cottimo. «Stavo facendo un sopralluogo all'esterno dell'abside», racconta Pachera, «per verificare lo stato di degrado dei telai delle quattro altissime vetrate dell'abside maggiore, che sono piene di fessure e dovrebbero essere adeguatamente sostituite in tempi rapidi. Era il mattino del 2 dicembre. Avvicinandomi, ho notato con sorpresa la presenza di segni scolpiti su alcuni blocchi di pietra, quelli che tecnicamente si chiamano "conci" del paramento murario esterno dell'abside maggiore». Pachera si è ricordato delle lunghe conversazioni avute con Giovanna Valenzano, docente di Storia dell'arte medievale all'Università di Padova e autrice una dozzina di anni fa della più completa monografia sulla basilica. E fedele al suo motto che «architetti lo si è sempre», ha immediatamente approfondito la questione. «Sapevo che i maestri lapicidi erano soliti lasciare questa sorta di "firma" sui conci lapidei da loro realizzati, per i più vari motivi, non da ultimo il riconoscimento e la contabilizzazione del lavoro svolto», spiega il fabbriciere. «Ho cercato nell'ampia bibliografia che ho a mia disposizione su san Zeno, senza trovare nulla che sia stato riportato su questi segni». A questo punto Pachera ha informato la Soprintendenza per il Patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico di Verona, chiedendo l'autorizzazione a eseguire il rilievo completo e la mappatura dei segni dei lapicidi rinvenuti, che sono numerosissimi su tutta l'abside maggiore, che fu realizzata a partire dal 1390 su iniziativa dell'abate Ottonello Pasti. «Per Verona è una scoperta che ha del sensazionale», dice lo storico Pierpaolo Brugnoli, grande esperto di storia delle pietre, oltre che una miniera di conoscenze sulle vicende veronesi del passato. «Il ritrovamento di questi segni deve essere il punto di partenza per una ricerca storica tutta da farsi. La cosa sorprendente è che siano all'esterno, perché di solito stanno all'interno, nella parte murata. Erano il segno che individuava le cave di provenienza, che si trovavano quasi sicuramente lungo le rive dell'Adige a Sant'Ambrogio di Valpolicella. I blocchi, estratti e lavorati in cava, venivano inviati a San Zeno lungo l'Adige, dai porti fluviali di Ponton o Pescantina, e scaricati più o meno all'altezza della catena. Ci daranno molto informazioni, anche se sarà difficile "attaccare" questi segni ai nomi dei lapicidi che li hanno prodotti». Grande soddisfazione per la scoperta esprime pure l'abate di San Zeno, don Rino Breoni. «Anche le pietre hanno un linguaggio. Questa scoperta non è solo frutto di attenta osservazione di un professionista, ma dell'amore di chi è nato e cresciuto all'ombra di San Zeno», afferma, riferendosi a Pachera. «Sono qui solo da sette anni, ma percepisco chiaramente la straordinaria contaminazione che invade occhi, sensi e cuore: colori, forme, spazi, hanno un loro linguaggio. Chi, con la propria abilità artigianale, ha consegnato al tempo e alla storia un tesoro come la basilica, con grande modestia ha firmato la sua opera. È significativo che solo a distanza di secoli sia possibile leggere tali firme. Modestia, umiltà, senso realistico della sproporzione tra l'impegno lavorativo di un lapicida e la grandiosità del risultato?», si chiede don Breoni. «Forse, ma il segno lascia aperta ogni lettura».
San Zeno: Ritrovate le firme dei lapicidi
Il fabbriciere di San Zeno Flavio Pachera ha scoperto i segni degli artigiani lapicidi sulla facciata esterna dell'abside maggiore della basilica. I segni, a forma di spiga o abete stilizzato e di zeta rovescia, erano stati lasciati dai lapicidi per garantire la qualità delle forniture e pubblicizzare il loro lavoro. La scoperta è stata fatta il 2 dicembre mentre Pachera stava controllando lo stato di degrado delle vetrate dell'abside. Ha informato la Soprintendenza per il Patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico di Verona e ha chiesto l'autorizzazione per eseguire il rilievo completo e la mappatura dei segni.
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