Per trovare il cuore più autentico della regione bisogna addentrarsi all'interno, girovagando dall'Appennino fino ai colli digradanti, con morbide curve ondulate, verso la costa ALLA VIGILIA della mia partenza da questa regione così ricca di patrimonio artistico ho il piacere di riassumere in questa sede la mia esperienza, con alcune considerazioni. Parafrasando l'incipit di Giulio Cesare nel De bello gallico "Gallia est omnis divisa in partes tres" si può sostenere, come già detto da altri, che le Marche sono divise almeno in quattro parti, corrispondenti alle divisioni delle attuali province: infatti a un nord che sa di Romagna, corrisponde una zona appenninica sensibile agli influssi della cultura tosco-emiliana, mentre il meridione guardava al regno di Napoli e sul centro aleggia diffusamente la presenza di Roma. Tutta la costa, poi, ha risentito della potenza marittima di Venezia, che trasportava nel "suo" mare anche modelli artistici e culturali. Ancona costituisce una singolare eccezione, spiegabile con la presenza del porto e con i frequenti contatti con il bacino del Mediterraneo, cosa che giustifica una certa estraneità al più caratterizzato contesto marchigiano. A fronte di tanta varietà culturale fa riscontro una peculiare appartatezza di carattere, che ben si riflette nella difficoltà dei collegamenti viari e ferroviari, specialmente verso i principali poli d'attrazione di Roma e Firenze. Analoga difficoltà s'incontra in automobile, vista la non linearità dei tragitti che sembrano concepiti per gustare le meraviglie del paesaggio, non certo per facilitare i contatti. La strada costiera adriatica scorre veloce, compressa tra la ferrovia e un mare che doveva avere un suo fascino particolare in epoche meno affollate. Per trovare il cuore più autentico della regione bisogna addentrarsi all'interno, girovagando dall'Appennino fino ai colli digradanti, con morbide curve ondulate, verso la costa. Il visitatore incredulo scopre allora austere città murate e borghi silenti, in una campagna dal sapore contadino, punteggiata da castelli e ville, abbazie e chiese, contenenti tesori di pittura, scultura ed arti applicate. Spesso sono opere d'importazione, a testimonianza dell'incrociarsi delle rotte commerciali e della vivacità dei committenti dell'epoca. Accanto a bronzi romani come il gruppo di Cartoceto di Pergola, a reliquiari rutilanti di smalti e di gemme del tipo di quello donato da Sisto V a Montalto, ad avori francesi e ad alabastri inglesi, a sculture lignee tedesche e a capolavori come il piviale di Opus Anglicanum di Niccolò IV, si resta frastornati dai dipinti disseminati da artisti girovaghi nei luoghi più inaspettati: Crivelli dalle eleganze veneziane, il monumentale Bellini di Pesaro, ovunque il Lotto, come la bontade buono come la virtù virtuoso secondo l'indimenticabile definizione dell'Aretino, l'appartato Lilli, il sommo Tiziano, l'ombroso Barocci, il classico Reni e perfino uno spaesato Rubens, approdato per le misteriose vie del collezionismo a coronare di gloria il museo di Ascoli. Curiosamente l'unico vero assente è Raffaello, il più grande degli astri locali, che si formò in Umbria e in Toscana, trovando il trionfo a Roma, ma che spesso nella firma si dichiarò orgogliosamente Urbinas. D'altra parte è risaputo che gli artisti locali emigravano per fare fortuna e, a parte il caso tutto peculiare di Barocci, che non volle mai lasciare la protezione del suo Duca, Gentile, Raffaello, gli Zuccari e molti altri, cercarono all'estero la gloria che non trovavano in patria. Tendenza che ancora continua, se alcuni dei maggiori artisti italiani del secolo trascorso, da Scipione a Licini, da Bartolini a De Dominicis a Cagli, erano marchigiani di nascita, ma operosi fuori, prevalentemente a Roma. A Roma, infatti, nei secoli si consolida e fa fortuna una società marchigiana, efficiente, parsimoniosa, terriera, che, malgrado i molti Papi dati alla Chiesa, non sfoggia fasti eccessivi. L'unica eccezione è costituita dalla famiglia Albani che, orgogliosa del livello raggiunto, ha voluto testimoniare il legame con la sua terra per mezzo di una serie di interventi architettonici che hanno segnato il volto settecentesco di Urbino. Le Signorie locali si estinguono precocemente e i da Varano di Camerino o gli Sforza di Pesaro passano veloci, mentre i più longevi Montefeltro, innestati nel tronco dei della Rovere, terminano con il corteo di muli che trasporta l'eredità di Vittoria a Firenze. Inizia così un processo di spoliazione di tesori artistici, che vede il trasferimento della Biblioteca urbinate in Vaticano e le drammatiche spoliazioni napoleoniche. Il letargo della vita appartata della provincia e le rendite delle campagne, mai troppo redditizie e appena sufficienti, salvano invece il territorio dalle più gravi manomissioni. Quando, dopo l'Unità d'Italia, Morelli e Cavalcaselle recensiscono stupefatti il patrimonio storico-artistico delle Marche, trovano ancora, dopo il saccheggio francese e gli oneri del Trattato di Tolentino, un esempio perfetto di quel Museo Diffuso che ora viene proposto come vincente. Tuttavia, se le aree più interne hanno resistito ai tentativi di modifica e ancora esibiscono splendide architetture in una campagna quasi intatta, consistenti segni di cambiamento si possono invece cogliere lungo le vallate che portano al mare. Qui si sono sempre più spesso insediati gli aggressivi capannoni della piccola e media industria, fino a oggi colonna portante dell'economia regionale, ora in una pausa di recessione, con tutte le modifiche indotte nelle campagne all'intorno. Oggi, in un momento di trapasso in cui si comincia a scorgere un tentativo di riconversione verso una forma di turismo di qualità, diventa indispensabile prestare attenzione al recupero di attività tradizionali legate alla gastronomia, al vino e all'accoglienza, tradizionale vanto della celebrata ospitalità marchigiana.