L' architetto Botta racconta il suo miracolo: 'è un luogo votato al silenzio' la luce Le sette torri, un numero dal forte valore spirituale, creano un sistema di illuminazione che aiuta alla preghiera. Tutti i materiali sono legati alla tradizione artigiana piemontese la scommessa Da Picasso in poi l' arte è orfana di un' iconografia religiosa. L' immagine impressa sul lino e ripresa sull' abside è stata una sfida. Ho anche disegnato tutti gli arredi "Il progetto per un architetto ha sempre il sapore del miracolo, rappresenta il passaggio dal mondo delle idee a quello della realtà. Una realtà che si carica del lavoro del cantiere, dell' energia di chi vi ha operato, delle relazioni con le strade intorno, con la gente ma anche con il tram che passa. Per questo, di fronte alla chiesa finita, provo soprattutto stupore, meraviglia». Mario Botta è a Torino per presentare la chiesa del Santo Volto. Un altro della lunga serie di edifici religiosi cattolici e non (tra questi anche una sinagoga a Tel Aviv, mentre ora sta pensando a una moschea) che ha realizzato a partire dagli anni ' 80. Un progetto che ha richiesto cinque anni di lavoro per seguire il quale l' architetto ticinese (ideatore nel ' 96 dell' Accademia di Architettura di Mendrisio, dove tuttora insegna) è venuto più volte a Torino. All' inizio di gennaio si era imbattuto, in una gelida mattina, nei postumi di un incendio subito domato, che aveva colpito la parete di una delle sette torri di cui si compone l' edificio. Allora aveva annunciato: "Inaugureremo l' opera per la fine dell' anno". La promessa è stata mantenuta. Architetto Botta, qual è il significato della chiesa del Santo Volto? «Guardi, in questo momento di riflessione critica intorno alle città, in cui si dibatte sulla necessità di migliorare la qualità della vita di chi vi abita, mi sembra importante sottolineare la vocazione simbolica che devono avere gli spazi collettivi. Questo è un luogo votato al silenzio, alla preghiera, alla meditazione: gli aspetti funzionali passano in secondo piano e questo mi sembra un dato di grande ricchezza». Come si presenta l' iconografia della chiesa? «Che senso può avere oggi disegnare in una chiesa, dopo Picasso? Si è ormai orfani di un' iconografia religiosa, o meglio occorre reinventarla. Poiché la chiesa è dedicata al volto della Sindone, ho pensato di raffigurare sull' abside quella che in fondo è l' icona virtuale per eccellenza. Lo ammetto, si tratta di un' operazione sul filo del rasoio. Ho preso l' immagine in negativo del volto impresso sul lino e l' ho trasformata in pixel. Sul muro le pietre rosse di Verona sono ora verticali ora inclinate, la luce zenitale batte e ricrea quell' immagine attraverso un gioco di luci e ombre. Avvicinandosi all' abside, però, il volto scompare. E' questa l' unica immagine presente nella chiesa. Ho disegnato anche gli arredi, dall' altare ai banchi, all' ambone, al battistero: occorreva risparmiare, così ho fatto tutto io, senza affidarmi a designer». Quali simboli ha voluto evidenziare? «Intanto quelli ereditati dalla cultura operaia: la chiesa, che sorge su un' ex fonderia, non è affiancata da un campanile, ma da una ciminiera, oggi un segno storico forte. L' edificio poi consta di sette torri che portano la luce all' interno. Sette è un numero magico, rimanda tra l' altro ai sette giorni della settimana, ai sette sacramenti. Ma è anche un numero assente dalla tradizione architettonica della città: la forma con sette lati mi è servita per creare un' abside centrale, che è rivolta verso la città» In che modo la chiesa del Santo Volto entra in relazione con Torino? «La chiesa sorge nei pressi di piazza Piero della Francesca, dove passa la Dora, che già in passato segnava il confine tra la città storica e quella industriale. Si pone dunque come collegamento tra queste due realtà urbane e si rivolge al nuovo quartiere sulla Spina Tre, frutto di una recente trasformazione. E a una comunità parrocchiale di 12 mila anime, per cui la chiesa rappresenterà un servizio. Ho scelto inoltre materiali legati alla storia architettonica di Torino, come il mattone, ed enfatizzato la tradizione artigiana di qui. Il cittadino può provare un' emozione riconoscendosi in qualcosa che gli appartiene». Come è stato il rapporto con il committente, il cardinale Severino Poletto? «Quando l' ho incontrato mi ha detto solo 'mi faccia una bella chiesa' . E' importante che ci sia un committente, figura che manca oggi nell' architettura civile: non si può avere un' opera di qualità senza una buona committenza. Il cardinale ha espresso delle necessità, ha detto più volte la sua. Alla fine mi è sembrato soddisfatto».