Afghanistan, rocciatori italiani al lavoro II problema non è soltanto capire se è fattibile. Ma anche, e ancor prima, stabilire se sia o meno etico. Cinque anni dopo essere stati ridotti in polvere dalla furia iconoclasta dei talebani, i Buddha di Bamiyan sono una presenza più concreta che mai. Tra le loro macerie si affannano équipe di esperti internazionali, italiani in prima fila (è appena rientrata una squadra «in incognito» di tecnici e scalatori, impegnati nel salvataggio della nicchia est). E gli interrogativi che scatenano, in Afghanistan come nel resto del mondo, si fanno di giorno in giorno più pressanti. I DUBBI «È possibile restaurare i grandi Buddha?», si chiedeva ieri l'International Herald Tribune. E, nel caso la risposta fosse positiva, «è possibile giustificare questo straordinario sforzo economico in un Paese azzoppato dalla povertà e dalla rivolta talebana?». Cinquanta milioni di dollari questa la stima del progetto, secondo le autorità provinciali possono sembrare poca cosa, quando si tratta di rimettere insieme due colossi di roccia, gesso e fango alti 55 e 38 metri, sbriciolati dall'onda d'urto del tritolo e delle cannonate. Non lo sono, però, in un Paese dove il 10 della popolazione non riuscirebbe a sopravvivere senza gli aiuti alimentari della comunità internazionale. I PROGETTI Tra quelli che credono pervicacemente nella necessità di una ricostruzione c'è una farmacista 49enne, Habiba Sarabi: l'unica governatrice donna dell'Afghanistan, dal 2005 a capo della velayat (provincia) di Bamyian. Una vallata sospesa a 2.500 metri di quota, dove l'acqua corrente è un'utopia, l'elettricità si manifesta a intervalli. Il Grande Buddha che popola i sogni degli afgani di Bamiyan ha il volto antico della miseria, e turismo è la parola magica a cui Habiba Sarabi si aggrappa: «Dall'inizio del mio incarico chiedo all'Unesco di restaurare le statue, almeno una...». Il paradosso sta nel fatto che, se i Buddha fossero ricostruiti, Bamiyan perderebbe il titolo di Patrimonio dell'Umanità conferitogli nel 2003. Sì alla conservazione, no alla ricostruzione: è la regola. Sarà per questo che il governo, nel dubbio, ha approvato lo show del giapponese Hiro Yamagata (chissà quanto ispirato dai fasci di luce per il memorial day dell'I 1 settembre). I Buddha riappariranno nelle nicchie, disegnati dalle pennellate dei laser; l'energia arriverà da centinaia di mulini a vento, che riforniranno anche le case vicine. Data d'inaugurazione: 2009. Costo: 64 milioni di dollari. E un risultato virtuale. L'INTERVENTO ITALIANO Di concreto, ai piedi di quella montagna scavata da due orbite nere, restano 200 tonnellate di frammenti. La buona notizia è che «se calcoliamo il volume, dovremmo avere tutto», dichiara il restauratore Edmund Melzl. Quella cattiva è che solo il 60 di quel volume è roccia: il resto è polvere. E sopra quella polvere si sono arrampicati i rocciatori della Trevi Spa, azienda italiana specializzata in tecniche di consolidamento. Là dove una volta c'erano le spalle del «piccolo Buddha», i tecnici venuti da Emilia Romagna e Trentino si sono calati per mettere in sicurezza la parete, resa instabile dalle esplosioni. Infiltrazioni di cemento, reti e tiranti d'acciaio, sensori in grado di intercettare ogni sassolino che precipita nella voragine. Ai piedi dell'altra nicchia, a Ovest, gli operai stanno ancora spalando cumuli di macerie. «Il sito è in pericolo», ricorda Masanori Nagaoka, inviato Unesco a Kabul. Grazie all'ingegner Gedeone Tonoli (unico nome filtrato da una cortina di segretezza) e alla sua squadra, ora lo è un po' di meno. In attesa che qualcuno decida il futuro di Bamiyan. «Dentro quella nicchia in missione segreta» «Ma come ha fatto a trovarci?». Gianluigi Trevisani, presidente della Trevi Spa, è stupito: la presenza di sei italiani a Bamiyan «doveva essere un segreto». E loro, specializzati nelle tecniche di consolidamento, dalla Torre di Pisa a Ground Zero, non sono abituati a finire sui giornali. Perché questo mistero? «L'ha chiesto il ministero degli Esteri, per non rimarcare la presenza di italiani in Afghanistan, in un posto sperduto e fuori controllo. Ora però i lavori sono finiti, la squadra è rientrata in Italia». Quindi può dirci cosa facevate, a Bamiyan... «Le esplosioni avevano prodotto delle crepe, bisognava consolidare le nicchie. Il primo intervento è del 2001, il secondo degli ultimi 3 mesi. I "rocciatori" si calano con funi e piccole piattaforme volanti per collocare le macelline di perforazione che iniettano il materiale cementizio nelle fessure». Tornerete ancora in Afghanistan? «La nicchia ora è in sicurezza; torneremo se ci sarà da fare ancora qualcosa. Ma l'Unesco ha problemi di budget, chissà...». Ga. Ja.