Ricordate l'allarme nella basilica di San Petronio a Bologna, nell'agosto 2002? Quattro maghrebini e un professore di storia dell'arte in pensione finirono in galera perché, sulla scorta di conversazioni registrate in chiesa, in piena psicosi post-11 settembre, furono sospettati di progettare un attentato. Titoloni sui giornali, notizie accorate nei tg, poi si rivelò una clamorosa bolla di sapone. I nordafricani, operai con permesso di soggiorno, erano lì per vedere un affresco di primo '400 che, in una scena, ritrae Maometto nudo tra gli idolatri in una bolgia dell'Inferno. A portarli nella chiesa bolognese era stato Germano Caldon, padovano impegnato sul fronte dell'immigrazione. Quel professore forse non lo sa, ma metteva in atto un gesto quasi rivoluzionario: in Italia, se si tratta di raccontare l'arte agli immigrati, magari per instaurare un dialogo paritario, sul fronte dei musei è il deserto. Indagando sull'argomento, da Venezia a Milano, da Napoli a Palermo a Modena, si ottiene stupore e la stessa risposta: noi non organizziamo niente, non ne abbiamo.mai sentito parlare, se nei dintorni esiste qualcosa dev'essere molto marginale. Fatto salvo che qualche iniziativa può essere sfuggita, Torino e Roma sembrano decisamente davanti a tutti in questo territorio. Antonella Fusco, direttrice del servizio educativo didattico del ministero per i Beni e le attività culturali, coordina le sezioni didattiche delle soprintendenze. Vede il quadro generale, ha reputazione di persona preparata e sensibile: «Iniziative di storia dell'arte per immigrati? Lo dico con amarezza, temo proprio che non ne organizziamo. Abbiamo alcuni servizi educativi nei musei rivolti al disagio sociale, in una chiave che comprende di tutto, disoccupati, emarginazione giovanile, abbiamo servizi per i disabili, ma per immigrati non ne abbiamo, almeno a mia conoscenza. Caso mai siamo coinvolti in progetti di multiculturalità della scuola». Giochi con Rivoli Con la premessa di non considerare alcuna cultura né civiltà «superiore» alle altre, che far conoscere l'arte deve essere strumento di dialogo paritario, Torino è la città più attiva. Il Centro d'arte contemporanea del Castello di Rivoli ha creato un progetto molto importante coinvolgendo le scuole nel quartiere di San Salvario, area a ridosso della stazione di Porta nuova con forte presenza di immigrati Anna Pironti, responsabile per la didattica a Rivoli, racconta: «II progetto è nato per volontà delle educatrici della scuola materna Bay nel 1996, quando si tenevano manifestazioni leghiste e ronde nel quartiere contro l'immigrazione. La zona era nota come a rischio, aveva un 60 di allievi di origine straniera, maghrebini, peruviani, filippini, dall'Europa orientale. Con le insegnanti, cercando possibili soluzioni ai conflitti in un contesto multietnico, abbiamo valutato che l'arte contemporanea poteva diventare un veicolo di comunicazione tra i bambini (dai quali poi la comunicazione arriva alle famiglie)». II progetto si chiama «Sul tappeto volante», «in quanto il tappeto è elemento simbolico di riferimento in tutte di culture», specifica l'esperta. Il programma include riqualificare o costruire giardini, spazi di gioco o abitativi, rendere il museo familiare ai bambini e ai ragazzi, fare teoria ma anche tanta pratica sui colori, sul corpo, video e così via. II «Tappeto volante» ha generato associazioni, un patto territoriale, un'agenzia per lo sviluppo del quartiere. «L'arte contemporanea - chiarisce Anna Pironti - si presta bene a un discorso sull'identità e sulle differenze intese come ricchezza, non come problema, perché permette un'attività didattica vivace, il riconoscimento delle singole individualità, ha un carattere internazionale». L'esperienza è unica, in Italia e sembra dare risultati eccellenti. «Partendo dalla convinzione che un percorso educativo e formativo non possa risolvere problematiche diverse, ma che lo stesso contribuisce ad innalzare il livello di civiltà tra le persone, offrendo riflessioni e punti di vista, grazie alla creazione di relazioni e scambi; consapevoli che l'esclusione culturale produce inevitabilmente l'esclusione sociale, si è lavorato, quindi, a favore dell'inclusione», spiega in una nota il braccio didattico di Rivoli. Donne alla Gam Sempre a Torino, si distingue la Galleria d'arte moderna Gam (museo cittadino). Flavia Barbaro, responsabile della sezione didattica: «In prossimità dell'8 marzo scorso con il centro italo-arabo Daralhikma abbiamo preparato un percorso di conoscenza del museo, dei beni culturali e della storia della città coinvolgendo soprattutto le donne arabe. Così per la festa della donna si è formato un grande gruppo, alcune hanno portato i loro figli, altre i loro compagni, avevamo una traduttrice. Visti i buoni risultati è nostra intenzione andare avanti con i progetti interculturali, aprire spiragli». Capitolini aperti Un'iniziativa organica si registra nella capitale. Ideata dalla Pierreci, cooperativa che con Mondadori Electa gestisce raccolte museali a Roma e Napoli, insieme all'assessorato alla cultura e all'ufficio multietnicità del Comune. Il programma, «Cultura dell'accoglienza», ha programmato un calendario di itinerari guidati nei Musei capitolini nell'autunno-inverno scorso, un ciclo di incontri questa primavera nella Centrale Montemartini. In tutto una ventina di appuntamenti per oltre 40 persone a volta con l'appoggio di numerose ambasciate. «Si tratta di un vero scambio culturale spiega Giovanna Barni della coooperativa con le comunità di immigrati a Roma che parlavano della loro cultura agli italiani. Si mettevano in mostra le tradizioni, da quella degli antichi romani a quella dei vari paesi del mondo. Ogni incontro era introdotto nella lingua della comunità presente però le visite ai musei erano in italiano per favorire un interscambio attraverso la lingua. Se ci deve essere conquista delle capacità espressive e culturali è bene usare l'italiano». Il programma dovrebbe ripartire in autunno. «È un progetto pilota che abbiamo ideato e finanziato prosegue Giovanna Barni - con itinerari strutturati a seconda delle comunità. Ad esempio con i cinesi abbiamo iniziato dalle porcellane, dagli elementi in comune tra le culture. Aggiungo che,-, numerosi immigrati spesso hanno un livello di alfabetizzazione più alto dì molti italiani, la loro emarginazione è dovuta anche al fatto che non ci sono possibilità . di scambio culturale». Infine qualcosa salta fuori dalla soprintendenza mista di Cagliari e Oristano. «Programmi specifici no - precisa Marcella Ferri, la responsabile dei servizi didattici - tuttavia ogni tanto lavoriamo con le comunità filippine, cinesi, senegalesi. Con i bambini islamici, a scuola, ho fatto un lavoro propedeutico sulla nostra storia comune riguardo al medioevo, alle forti influenze islamiche, partendo dalle ceramiche sarde del XIV secolo. Con l'avvertenza di non ritenere la nostra cultura più importante». Riscontri? «Noto un discreto interesse».