FRANCESCO Gandolfo, medievista dell'ateneo di Tor Vergata, spiega che «adesso sappiamo perché Cimabue è venuto a Roma nel 1272; per vedere questi affreschi: non certo quelli del Sancta Sanctorum, che sono successivi; e ad Assisi, alcune parti li evocano»; la soprintendente Rossella Vodret dice: «Siamo alla nascita, nella culla della storia dell'arte del nostro Paese»; il vicepremier e ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli azzarda: «E' un luogo dei più importanti e belli al mondo; una scoperta che farà forse riscrivere la storia dell'arte: due grandi scuole pittoriche, la romana e la fiorentina, si fondono ad Assisi; e quest'aula, che va aggiunta ai Mìrabilia Urbis, ne rappresenta un prodromo». Quest'aula è uno dei pochi esempi gotici esistenti a Roma; nel convento dei Santi Quattro Coronati, sopra all'oratorio di San Silvestro, con un'intuizione che risale al 1989 e 10 anni di lavoro per scialbare, rimuovere, su ben 830 metri quadrati, sette strati d'intonaco, Andreina Draghi, sorella del Governatore della Banca d'Italia Mario, che infatti è qui per vedere ed ascoltare, ha restituito al mondo intero un capolavoro. Un intero ciclo d'affreschi, in ottimo statò anche di completezza, con le raffigurazioni dei Mesi, delle Stagioni, dei Vizi e le Virtù personificati, lo Zodiaco, un Paesaggio marino, le Costellazioni, i Venti, senza eguali: sia nel programma, sia nella bellezza della realizzazione, in buona parte del misterioso "Terzo Maestro d'Anagni", che dipinge quella bellissima cripta. Dettagli anche curiosi: sulle salsicce appese, un topo in agguato; tante diciture, che saranno utili a capire ancora meglio; anche, già Santi, Francesco e Domenico, di recente canonizzazione; Pietro a rappresentare la virtù della Carità, che calpesta Nerone, eletto ad antitesi appunto per quanto sciupone; Gerolamo, che è il Timor di Dio, calpesta invece Carlo Magno, cioè la Vanagloria; e così via. «E' raro che una scoperta sia proposta al pubblico, nonché documentata scientificamente, in contemporanea con la fine del restauro: un merito in più», continua Gandolfo, mentre presenta, appunto, il volume che documentala scoperta: Gli affreschi dell'Aula gotica nel Monastero dei Santi Quattro Coronati, una storia ritrovata, edito da Skira, per conto della banca Dexia Crediop (405 pagine, 400 foto, in vendita a 7 5 euro da marzo, quando anche gli affreschi diverranno visibili al pubblico). Il volume non solo l'ha voluto, ma l'ha seguito passo a passo, Mauro Chicchinè, il presidente dell'istituto di credito, che se ne è andato pochi giorni fa: alla vedova, il primo saluto di Biitpin («avevamo fatto tante cose assieme, quando ero sindaco di Roma»), dopo che le 21 suore agostiniane avevano eccezionalmente lasciato la clausura per intonare un inno coevo agli affreschi appena scoperti, databili (ancora Gandolfo) verso il 1230-40. La madre superiora, Rita Mancini, parla per prima; e, finita la cerimonia, subito si ritrae: quella sala era guardaroba e stireria delle monache, «qui dal XVI secolo», precisa lei, che è custode di «uno dei luoghi più sacri e intimi di Roma», e anche dei meno frequentati e noti. Questo convento giocava pure il ruolo di difesa del Laterano; era dominio del cardinale Stefano Conti, vicario di Roma quando il Papa deve fuggire perché minacciato. Monastero-fortezza: ancora lo si può "leggere" in infiniti dettagli e particolari. Ma non solo: il ciclo d'affreschi è un manifesto politico, opposto al coevo ciclo di Capua, voluto da Federico II; qui si ribadisce la supremazia del Papa sull'Imperatore, invece a Capua è l'opposto. Chi l'abbia programmato e pensato, non si sa; di sicuro, una mente sopraffina: «Forse spinta dallo stesso cardinal Conti, che era stato a Parigi; certe parti degli affreschi ritrovati sono molto vicini a Chartres», precisa la studiosa autrice della scoperta. Gandolfo spiega che la scoperta colma un vuoto: «Era stupefacente l'assenza di un riscontro romano agli affreschi di Anagni»; prefigura perfino cicli successivi, come quello dell'Appartamento Borgia in Vaticano; poi, Gandolfo spazia per tutta l'Italia e tutto il XIII secolo e chiude smentendo Vasari: «II '200 non parla esclusivamente toscano»; Rutelli scioglie un inno «a quel formidabile e ancora troppo inesplorato scrigno che è il Celio», all'epoca cuore politico di Roma; il tutto, in una sala con rare pentafore gotiche, restaurata anch'essa. Benvenuto, allora, a un nuovo tesoro di una città già cosi onusta di storia, storie ed arte, che però mai la finirà di sorprenderci. Noi, e il mondo intero.