«La diplomazia dell'arte e il nuovo clima nell'America dem». Francesco Rutelli fa un bilancio del suo recente viaggio negli Usa Un viaggio «andato veramente bene». Francesco Rutelli fa il bilancio della sua recente visita in America, e su tutti i fronti - politico, culturale, umano - è assai positivo. Washington, Boston, New York, un viaggio «bellissimo», rimarca ancora il vice-premier e ministro dei beni culturali, uno dei primi politici europei a incontrare rappresentanti dell'amministrazione Bush ed esponenti della nuova maggioranza democratica, dopo le elezioni di mid-term, un voto che ridisegna lo scenario politico statunitense, con evidenti riverberi per tutto il mondo, a partire dall'Europa. Che non sia stata una missione di routine, lo testimonia anche l'inconsueta attenzione data a un politico italiano dai media americani, da giornali come il Washington Post, il New York Times, il Boston Globe. La parte più politica della visita è iniziata a con l'incontro con Dick Cheney. Poi al dipartimento di stato il colloquio con il numero due Nicholas Burns. In quegli stessi giorni l'Italia completava il ritiro del contingente dall'Iraq... ...sì, e confermava l'impegno in Afghanistan, chiedendone una maggiore qualità politica sia per la ricostruzione, sia per gli aspetti umanitari, sia per gli aspetti riguardanti la lotta al traffico e al commercio della droga. Dunque, un forte impegno,che non implica un aumento delle forze, ma un deciso reindirizzo strategico della missione afghana. Cheney per la prima volta aveva di fronte un rappresentante del nuovo governo italiano... Cambiano le amministrazioni, cambiano i governi, cambiano le maggioranze parlamentari, ma l'amicizia tra Italia e Stati Uniti resta stabile, l'amicizia tra i popoli e quella tra chi li rappresenta istituzionalmente. Ho colto naturalmente accenti diversi tra il vicepresidente e il dipartimento di stato, dove è stato esplicito da parte di Burns il riferimento all'esaurimento dell'unilateralismo. L'ha detto con grande precisione e con grande nettezza, proprio a sottolineare come l'indirizzo per la ripresa del multilateralismo, e quindi di un coinvolgimento dei partner, e a maggior ragione degli alleati, sia una linea ferma. Cheney? Il suo è stato un discorso sicuramente più articolato rispetto alle dichiarazioni precedenti sull' Iraq e sullo scenario complessivo. Ma non ha usato la parola multilateralismo, ha messo molto l'accento sul terrorismo come comune denominatore della minaccia nei confronti dell'Occidente, senza mai addentrarsi negli errori di strategia nella vicenda irachena. Devo dire di aver colto un'evidente differenza di sensibilità nei due incontri. Domani dovrebbe essere resa pubblica la relazione del gruppo di studio guidato da Baker e Hamilton. Se n'è parlato nei tuoi incontri americani? Ho avuto la sensazione che sia considerato un parere, autorevole, ma un parere. Mi sembra che i democratici, pur rispettando molto l'autorità morale dei membri della commissione, alla fine lo giudichino too late. Troppo tardi. Insomma più che altro un contributo intellettuale, tecnico. Certo, avendo una certa sua autonomia, la Commissione può interagire con un dibattito che nell'amministrazione è in evidente svolgimento, così come lo è anche tra i democratici, dal momento che la exit strategy e la strategia irachena sono ancora tutt'altro che definite. A proposito, hai anche incontrato un ex dell'amministrazione, oggi alla guida della Banca mondiale. In questa missione, tra l'altro, rappresentavo un paese che già adesso siede nel Consiglio di sicurezza. E tra i tanti incontri che ho avuto - e a questo proposito consentimi di ringraziare gli ambasciatori a Washington, Gianni Castellaneta, e all'Onu, Marcello Spatafora, per quanto hanno fatto - c'è appunto quello con Paul Wolfowitz e quello con il mio vecchio amico Kemal Dervis, oggi direttore dell'Undp... Be', lì però hai dovuto rappresentare un paese che in quanto a cooperazione internazionale lascia a desiderare... Già. I fondi destinati dal governo Berlusconi nel 2006 all'aiuto internazionale allo sviluppo sono stati per la prima volta nella storia cifra tonda, cioè zero. Una situazione di grande imbarazzo nei confronti dell'ltalia. Io ho assicurato che nel 2007 ripartirà una disponibilità diversa. Considerando, tra l'altro che ha sede a Roma una parte importantissima delle agenzie, come la Fao, il Programma alimentare mondiale e anche l'Ifad. Ragione in più per essere interessati all'architettura, alla governance, delle politiche di cooperazione, per quanto riguarda la Banca Mondiale ma più in generale le diverse agenzie che se ne occupano. Torniamo a Washington, agli incontri con gli esponenti democratici. Se non sbaglio sei stato il primo politico non americano a incontrare Nancy Pelosi dopo la sua nomina a speaker della camera. Esatto. L'avevo conosciuta un anno e mezzo fa nella mia visita di metà 2005 quando era leader dell'opposizione. Le abbiamo detto che eravamo contenti della sua vittoria per tre ragioni: la prima, ovviamente, per la maggioranza conquistata dai democratici, la seconda per il fatto che è donna, e la terza, per le sue origini italiane di cui è molto fiera. Ci ha fatto un lungo rosario delle sue ascendenze familiari che praticamente toccano tutta l'Italia. Lo rivendica orgogliosamente. Colgo l'occasione per anticipare che l'ambasciata d'Italia, a gennaio, le dedicherà, non appena si sarà insediata, uno dei primi festeggiamenti a Villa Firenze, a Washington. È al corrente del nostro dibattito politico, dell'idea del Partito democratico? L'ho invitata in Italia e ha detto che senz' altro verrà. E le ho chiesto di partecipare al processo di nascita del Partito democratico. A Washington ho incontrato anche Tauscher, che poi è venuta a Roma per partecipare al nostro seminario sul Partito democratico europeo. Con Ellen Tauscher, che è la leader del caucus ormai più ampio di tutto il congresso americano (63 rappresentanti di ispirazione clintoniana), portiamo avanti da tempo un discorso comune basato su una visione che vada oltre le strade un po' logore della dialettica tra le varie Internazionali (socialista, democristiana, liberale ecc.) e immagini piuttosto dei rassemblement, delle azioni comuni ai grandi partiti democratici. E in questo la nascita del Partito democratico ci dà un asset potenzialmente straordinario sui grandi temi della globalizzazione. Penso a temi come l'ambiente (effetto serra, inquinamento globale), i diritti umani, l'immigrazione e l'integrazione, la sicurezza contro la minaccia del terrorismo. È un terreno promettente, che guarda al futuro e non a dinamiche che ormai appartengono al passato. L'interesse verso la dimensione internazionale è più italiana ed europea, mentre gli americani, tradizionalmente, si sentono autosufficienti. Si nota un cambiamento da questo punto di vista, un desiderio di apertura e di confronto? Ma sì. Intanto perché vedo tornare in auge - e comunque nella maggioranza del congresso - la corrente più tradizionalmente internazionalista, dei Kennedy, di Clinton, anche se quella protezionista e isolazionista resta presente e forte nel Partito democratico. Più volte ho sentito usare l'espressione "ritorno al multilateralismo", sia dalla Pelosi sia dai nostri amici new democrats, a maggior ragione. Si percepisce bene la consapevolezza del bisogno di una nuova partnership, di una collaborazione più stretta che chiuda l'epoca delle "due Europe". La missione americana è stata accompagnata da un grande interesse mediatico anche per la svolta riguardante la sorte delle nostre opere d'arte illecitamente sottratte al patrimonio italiano. Ricordo che lo scorso gennaio (c'era ancora ancora Buttiglione) il Metropolitan siglò l'accordo che accoglieva la nostra titolarità italiane su certe opere d'arte. E ora - l'ho potuto verificare con i miei occhi - ci sono le targhette con su scritto "prestato dallo Stato italiano". Però io voluto dare un seguito concreto a questa decisione portando lì una kylix, un vaso di grande importanza. E loro ci hanno già restituito oggetti di valore. La vera svolta è però avvenuta con il Museum of Fine Arts di Boston. A settembre, prima ancora di firmare l'accordo, ci ha restituito tredici opere trafugate. Ha voluto così dare il segnale che intendeva diventare il capofila di una inversione di tendenza. Noi abbiamo ripetuto che siamo interessati a chiudere l'epoca dei musei che accettano - o inconsapevolmente o chiudendo un occhio o addirittura tutti e due - opere trafugate e provenienti da trafficanti. Fa parte di una strategia. Legata, a sua volta, alla cosiddetta diplomazia della cultura... Sì, e ricordo a questo proposito di aver firmato un accordo con il governo svizzero a ottobre, un altro anello decisivo, perché la Svizzera è stata uno dei canali di transito di molte opere trafugate per poi essere trasferite in altri paesi o messe sul mercato. Quindi, la svolta del Fine Arts. A cui seguiranno altri musei con cui stiamo trattando (Cleveland e altri). E collezioni private. Si sta formando una rete internazionale che diventa molto stringente nei confronti di istituzioni che invece sono state di manica larga verso il patrimonio trafugato. Resta ancora irrisolto il problema con il Getty. Avremmo potuto gioire e festeggiare per il fatto che il Getty abbia dichiarato di voler restituire ventisei opere all'Italia, fatto senza precedenti. Non lo consideriamo soddisfacente e io non ho chiuso l'accordo perché ne abbiamo chieste alla fine qua-rantasei e tra queste ci sono anche l'Apollo pescato a largo di Fano e la Venere di Morgantina. È un contenzioso duro e noi teniamo duro per l'implicazione morale di questo confronto: nessun grande museo può tenere delle opere palesemente trafugate. Queste vicende portano poi in primo piano il fascino di un paese come il nostro, molto amato oltreoceano. L'Italia è profondamente rispettata. C'è un amore grande per il nostro paese e questo l'abbiamo visto nella serata all'Enit, all'agenzia del turismo, dove io ho presentato i due nuovi leader che sono il presidente Umberto Paolucci e il presidente onorario Nicola Bulgari. C'è grande simpatia, grande voglia di viaggiare in Italia. Noi dobbiamo organizzare molto meglio l'ospitalità e ci stiamo attrezzando per questo. Non dimentichiamo che ci sono venti milioni di italo-americani che vengono troppo raramente. E dobbiamo fare molto di più per farli venire. Un'ultima domanda. Che atmosfera hai trovato in America, s'avverte che il vento è cambiato? Gli americani sono molto contenti che ci sia di nuovo un balanced power, un equilibrio del potere. Per i democratici si apre una fase complessa e il fatto che, eletta all'unanimità, la Pelosi abbia poi subito un set-back con la mancata elezione come suo vice di Murtha è significativo. Tra la componente liberal, un po' più di sinistra, e quella più clintoniana, anche lì è prevalsa la scelta di garantire un equilibrio: più liberal la Pelosi ma il capogruppo è più centrista. Questo a sua volta si rifletterà sulle priorità dell'agenda sia di politica internazionale sia sociale e anche sul disegno della trama molto delicata che porterà alla designazione del candidato per le presidenziali.
Europa
5 Dicembre 2006
Il nuovo vento americano
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Guido Moltedo
Europa
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