Era stata varata dal centro-sinistra nel 2001, ma il governo di centro-destra ne ha approvato un'altra, voluta soprattutto dalla Lega, che però è stata bocciata dal referendum. E così è rimasta in vigore quella del centro-sinistra, non attuata e anzi duramente contrastata dal governo Berlusconi, e la litigiosità istituzionale ha frenato o addirittura bloccato molti settori, con danni economici per tutti. L'ingorgo istituzionale si è sviluppato soprattutto sulla miriade di materie (rapporti internazionali, commercio estero, sicurezza del lavoro, istruzione, professioni, salute, alimentazione, energia, beni culturali, protezione civile, porti e aeroporti, ecc.) che l'articolo 117 della nuova Costituzione ha lasciato alla cosiddetta legislazione "concorrente", quella cioè in cui lo Stato fissa i princìpi fondamentali e le Regioni legiferano ed operano autonomamente, ma in un quadro unitario. Questa "cornice" nazionale però ancora non c'è, per una serie di ragioni. 1) Non è stata varata la riforma delle autonomie locali: Comuni e Province operano infatti ancora all'interno di un Testo unico che è precedente alla riforma costituzionale, e solo nelle prossime settimane sarà presentato il Codice delle autonomie, che dovrebbe aggiornare i rapporti tra centro e periferia. 2) L'introduzione del federalismo fiscale (cioè di una maggiore autonomia finanziaria di Regioni ed enti locali) è ancora lontana: la commissione insediata dal governo Berlusconi, guidata dal professor Giuseppe Vitaletti, ha fatto alcune proposte ma l'accordo politico non è stato trovato, e pochi giorni fa Regioni ed enti locali hanno sollecitato unitariamente il governo Prodi a "concertare insieme un percorso" anche su questo fondamentale terreno. 3) Gli attuali strumenti di concertazione (Conferenze Stato-Regioni, Stato-Città e Unificata) non riescono a prevenire i conflitti, che potrebbero essere meglio mediati da un "Senato delle autonomie". Ed è stata così, finora, lite continua. La legge Biagi sul lavoro, quella Moratti su scuola e università, il pubblico impiego, le norme ambientali, la protezione civile e il condono edilizio sono stati i terreni di litigiosità istituzionale più vistosi, ma molti focolai sono stati accesi dalla miriade di provvedimenti che ogni anno si sono ammassati nelle leggi finanziarie. E Stato e Regioni hanno litigato praticamente su tutto: rapporti internazionali, turismo, beni culturali, credito, trasporti pubblici, infrastrutture, pesca e acquacoltura, caccia, tasse, alimenti e bevande, servizio civile, professioni, tutela dei minori, acque minerali, sicurezza pubblica, ricerca scientifica e persino sulle case da gioco. Secondo la banca dati dell'Emilia Romagna, le regioni che hanno presentato più ricorsi contro lo Stato negli ultimi cinque anni sono state la Toscana (49), l'Emilia Romagna (22) e la Campania (19). Ma anche i ministeri del governo Berlusconi hanno impugnato di tutto, con una particolare animosità verso alcune regioni: 27 ricorsi contro la Toscana, 22 contro l'Emilia Romagna, 21 contro le Marche. Complessivamente, quelli dello Stato contro le regioni sono stati 1 nel 2001, 61 nel 2002, 37 nel 2003, 61 nel 2004, 74 l'anno scorso e 25 quest'anno. Nello stesso periodo, i ricorsi avviati dalle regioni sono stati rispettivamente 0, 48, 67, 59, 17 e 43 quest'anno. Le decisioni via via prese dalla Corte costituzionale hanno cominciato a fissare molti paletti nelle competenze, ma il sistema resta comunque zoppo. Come sorreggerlo, a questo punto? «Con una concertazione reale e con una maggiore flessibilità, anche consentendo una "geometria variabile", in modo da dare risposta a specifiche vocazioni o esigenze delle Regioni», suggerisce Luciano Vandelli, uno dei maggiori esperti di Diritto amministrativo, che ha vissuto direttamente questa fase travagliata (è stato infatti anche assessore all'Innovazione dell'Emilia Romagna). E fa un esempio: «E' normale che la Regione Toscana abbia la vocazione alla tutela e valorizzazione degli immensi beni culturali che possiede. Allora, o si trova il modo di creare un robusto coordinamento con i poteri dello Stato, oppure come indicato dal titolo V della Costituzione bisogna garantire alla Regione una maggiore flessibilità e più ampie competenze». Insomma, dopo i progetti di riforme costituzionali più o meno radicali del recente passato, ora le Regioni, di qualunque colore politico, sembrano intenzionate a marciare più pragmaticamente verso un federalismo "a geometria variabile", o un "regionalismo differenziato", come quello della Catalogna. E così, ad esempio, all'interno di un quadro unitario, il Piemonte ha già fatto sapere di volere maggiori poteri e risorse autonome su ferrovie regionali, università e ricerca; la Lombardia punta soprattutto su ambiente, beni culturali e giudici di pace (ne ha già 400, ma non bastano a fronteggiare i contenziosi di cittadini e imprese); la Toscana è ovviamente la più interessata ai beni culturali... E c'è anche lo strumento per porre fine ai conflitti istituzionali. Le regioni infatti puntano ad utilizzare la procedura prevista nell'art.116 (comma 3) della Costituzione attuale: prevede una contrattazione con il Governo sui nuovi poteri, che dovrà poi essere conclusa con un voto del Parlamento. E su questo terreno s'è visto nelle ultime settimane anche qualche "annusamento" tra alcuni partiti di centro-sinistra (interessati a recuperare consensi specie in Lombardia e in Veneto) e la Lega, che cerca ormai di portare comunque a casa qualcosa.