Nel carcere romano nasce un vero museo ROMA Antonio Fiorentino, in carcere per traffico internazionale di droga dal 2003, si è talmente appassionato da essersi iscritto al corso di laurea in Beni culturali per operatori del turismo. Ormai frequenta il secondo anno dell'insegnamento presieduto da Anna Pasqualini all'università di Roma II a Tor Vergata e conta di laurearsi senza saltare nessuna sessione. Può l'archeologia cambiare la vita di un detenuto? Risponde Cristina Da Milano, archeologa, un master in museologia in Gran Bretagna, tutor universitaria di Fiorentino, che forse uscirà alla fine del 2007: «Antonio si sta impegnando, il suo tentativo mi sembra sincero, profondo e spero che ce la faccia. Ma lavorando in prigione ho capito quanto sia difficile leggere fino in fondo nell'animo di tutti noi...» Archeologia e prigione, binomio impensabile. Eppure il carcere romano di Rebibbia sta per inaugurare nel suo ingresso un piccolo Antiquarium che esporrà in cinque teche i risultati di una campagna di scavi condotti dalla Soprintendenza archeologica statale di Roma tra il 2001 e il 2003: le ruspe che scavavano per costruire un nuovo edificio avevano scoperto un tesoro culturale. Ora nasce un museo che si chiamerà Romanae Antiquitates. Ma la vera novità è il programma di recupero: intorno al cantiere è stato creato un corso per «Operaio assistente specializzato in scavi archeologici e manutentore di aree verdi archeologiche», con tanto di diploma dell'assessorato alla formazione professionale della Provincia di Roma. Cinquecento ore di laboratorio, un anno di studio sui reperti. Nessun detenuto ha materialmente partecipato agli scavi ma gli iscritti hanno studiato come ripulire e riassemblare i pezzi ritrovati. Tre i moduli di studio: mondo antico, tecniche di scavo archeologico e documentazione grafica, aree verdi in zone archeologiche, più un tirocinio pratico sui pezzi dissotterrati nel recinto del carcere. Quando usciranno, gli ormai ex detenuti avranno tutte le carte professionali in regola per tentare una nuova strada. Il progetto del corso, finanziato dall'Amministrazione penitenziaria, è stato ideato dagli archeologi Emilio Cabasino e Cristina Da Milano e dalla storica dell'arte Martina De Luca, tutti della Eccom, Centro europeo per l'organizzazione e il management culturale. Ma la richiesta è stata avanzata da Mio De Mauro per la cooperativa sociale «Cecilia», la Onlus che ha gestito l'iniziativa. L'anno scorso sono stati diplomati sei detenuti, nel marzo 2007 il secondo corso ne licenzierà altri sette. L'area scavata a Rebibbia, tra l'aula bunker e il penitenziario femminile, ha svelato due necropoli di schiavi (databili tra il primo e il secondo secolo dopo Cristo) e una cisterna d'acqua a due navate lunga 25 metri, che poteva contenere 600 mila litri. Sono state ritrovate anfore da olio e da vino, coppe per cibi e bevande. Spiega Paola Filippini, funzionario della soprintendenza responsabile del territorio del V Municipio nord di Roma, cioè Rebibbia: «II complesso è legato a una villa romana che non abbiamo rintracciato. Ma abbiamo analizzato le ottanta sepolture, studiando anche gli scheletri che svelavano nelle giunture e nelle patologie della colonna vertebrale le fatiche sopportate dagli schiavi. Il contatto col mondo del penitenziario? Il corso di formazione professionale è di per sé un segno eloquente, e mi auguro che siano in tanti a comprenderlo». Il rapporto tra i detenuti e la «novità» dell'archeologia è stato sorprendente. Racconta Emilio Cabasino della Eccom: «Qui non c'era il "solito" diploma di licenza media o in lingua inglese ma un itinerario di avvicinamento alle radici della storia e della civiltà. Chi ha deciso di iscriversi volontariamente ha subito il fascino della materia e si è sinceramente appassionato. E alcuni progetti personali di reinserimento mi sembra abbiano una prospettiva autentica». In quanto al museo, 0 direttore di Rebibbia, Carmelo Cantone, starebbe progettando tempi e modi per piccole aperture al pubblico «normale». Intanto i visitatori sicuri non saranno pochi: avvocati, magistrati, insegnanti, operatori sociali.