Non è stato un compito facile, quello a cui ha atteso il comitato scientifico coordinato da Ferdinando Mazzocca e composto da Calo Sisi, Luisa Martorelli, Gioacchino Barbera e Antonella Purpura ridisegnando nei locali del complesso monumentale di SantAnna il nuovo profilo espositivo delle raccolte della Civica Galleria darte Moderna. A un quarto di secolo di distanza dallultimo ordinamento negli spazi del foyer del Teatro Politeama (1981, in occasione della mostra "Palermo 1900") molte cose sono infatti cambiate. Innanzitutto nella lettura di un secolo quale lOttocento, per molto tempo considerato nel suo linguaggio accademico e nel gusto ufficiale di décor borghese come un percorso minore, geneticamente estraneo ai grandi sommovimenti della modernità e che invece, a una interpretazione più attenta, ha rivelato un diverso ventaglio di sfaccettature, di suggestioni e di incroci proprio con le tendenze più avanzate, come è acclarato in termini museali almeno dai tempi dellallestimento della parigina Gare dOrsay (1988) dove impressionisti e pittori pompier, anziché guardarsi in cagnesco secondo la tradizionale vulgata critica, si salutano a momenti con compiacenti strizzate docchio. Ma molto è mutato anche nella rivalutazione proprio dellOttocento italiano che, smesso il suo abituale complesso dinferiorità, ha cominciato a confrontarsi quasi da pari a pari con la produzione coeva di Germania o Inghilterra. Le grandi mostre dedicate ai protagonisti ufficiali di quel secolo, accanto a quelle degli outsider del tempo ormai divenuti star indiscusse, ha fatto il resto, e oggi quasi più nessuno guarda con sospetto a quellOttocento costellato di interni borghesi, episodi storici in chiave nazionalista, erotismo patinato travestito da esotismo o mitologia classica e condito - con "juicio" - dal cauto realismo sociale di orfanelli, minatori o contadini. Questa rivalutazione della pittura e della scultura che nelle periodiche esposizioni nazionali della seconda parte del XIX secolo affermava il gusto dellepoca è stato quindi il presupposto critico della nuova sistemazione museografica: una contestualizzazione di temi e argomenti sintomatici di una cultura, oggi il vero e proprio "fil rouge" del nuovo allestimento che, oltre a recuperare una parte delle opere allocate sino a ieri nei depositi ha il merito di proporre una sistemazione più organica e coerente, chiamando a colloquio stringente personalità prima disseminate nei vecchi spazi e ricucendole secondo un sistema di affinità indagato per confronti e rispecchiamenti. Compito non facile, si è detto, anche perché le collezioni della Civica Galleria sono comunque parziali anche sotto il profilo della documentazione della vicenda artistica siciliana, e senzaltro disomogenee nellindividuare i legami con personalità e tendenze dellarte italiana Ottocentesca le cui testimonianze, nei criteri che guidarono le acquisizioni risultano infatti, nella attuale e consolidata geografia dei valori, casuali e frammentarie. Già la prima sala, a piano terra, vale come una dichiarazione di metodo: sullo sfondo di pannelli rosso pompeiano (il colore del classicismo sottilmente inquieto che anima le superfici dei teatri Massimo e Politeama) si susseguono i dipinti storici di Sciuti ed Erulo Eruli (la monumentale tela de "I Vespri siciliani" acquistata in occasione dellEsposizione palermitana del 1891) e il grande bronzo degli "Iracondi" di Mario Rutelli. Una impostazione per nuclei ribadita anche nelle sale seguenti dove si ricompongono i ritratti di Salvatore Lo Forte e Giuseppe Pataria, il repertorio mitologico ancora imbevuto di grazia neoclassica della "Baccante" di Valerio Villareale (che abbandona così il giardino prospiciente il Politeama) o delle scene ancora di Patania, riunite dal nuovo allestimento in una sequenza che ne valorizza leleganza disegnativa e la tersa stesura di piani cromatici. Sino alla sala risorgimentale a ai paesaggi di Lo Jacono, qui assunti come momento cerniera propedeutico al piano superiore. Ed è comunque un peccato che gli spazi non grandissimi dellex convento abbiano imposto il sacrificio (non marginale) di autori come il padre di Francesco, Luigi Lo Jacono e delle sue scene di battaglie ma anche delle nitide vedute lenticolari di Francesco Zerilli, autore cardine nei primi decenni del secolo del paesaggio urbano palermitano. Gli ambienti di maggiore respiro del primo piano (ma i tappeti coloratissimi utilizzati per smorzare linterferenza dei pavimenti in cotto voluti dalla Soprintendenza a volte non aiutano) utilizzano come quinta uno dei capolavori emblematici del museo sia pure misconosciuti dal grande pubblico: quei "Carusi" di Onofrio Tomaselli che con lintonazione drammatica da verismo verghiano - un paesaggio riarso e assolato, il mesto corteo stremato degli zolfatorelli - scompagina per un poco il clima ovattato dei dipinti dinterno (tra cui Giacchino Toma) e dei ritratti, fornendo un possibile controcanto sia ai mobili paesaggi di Antonino Leto (in gran parte recuperati dai magazzini in un colpo docchio che ne conferma la notevole statura dartista) che alle autunnali vedute palermitane di Michele Catti. Una crepuscolare atmosfera "fin de siécle" che introduce al secondo piano. Proprio il passaggio di secolo e le opere del Novecento italiano sino agli anni Trenta rappresentano, in sale più anguste, lanello problematico del nuovo allestimento: opere celebri come la "Dame aux Gants" di Giovanni Boldini o "Al mattino" di Aleardo Terzi non guadagnano di certo nella troppo folta compagnia in cui sono inserite, le sculture vagamente cimiteriali di Pietro Canonica o Domenico Trentacoste o Ettore Ximenes si accompagnano di malavoglia a un dipinto di fremente inquietudine moderna come "Le pazze" di Natale Attanasio, e persino il dipinto - logo della Galleria, una delle cinque versioni de "Il Peccato" di Franz von Stuck, soffre un poco, collocato comè in una zona di passaggio. Gli ambienti certo, non hanno aiutato: ma è soprattutto il Novecento ad apparire irrisolto, e a lasciare quindi incompiuto e irrisolta una questione centrale di documentazione museografica. Nonostante il magnifico "Cronache del nostro tempo" di Corrado Cagli (dipinto cruciale del nuovo clima figurativo in chiave tonale della Quadriennale romana del 1935) accolga i visitatori in cima allo scalone monumentale, le salette dedicate al Novecento risultano infatti frammentarie e confuse, con una scultura di Pietro Consagra ("Oracolo del Chelsea Hotel", 1960; qui la contestualizzazione ha usato maglie troppo larghe) incongruamente posto ad apertura di una sequenza relativa agli anni Venti e Trenta e lo sminuzzamento di un episodio importante come quello del "Gruppo dei Quattro" (Guttuso, Barbera, Franchina, Pasqualino Noto). Su questa parte del percorso espositivo che pure annovera alcune opere importanti dellarte italiana tra le due guerre (Sironi, Campigli, Pirandello, Casorati) è possibile si debba tornare, così come si dovrà prima o poi affrontare la questione di dare anche in Sicilia coerenza museale in modi meno occasionali al secolo da poco trascorso.