Mai più un'altra Pompei, parola di «angeli» dell'archeologia. A Somma Vesuviana, nel Napoletano, qualche settimana fa è andata in scena la prima esercitazione al mondo con l'obiettivo di proteggere i beni archeologici. Una simulazione straordinaria, che si è svolta all'interno del piano Mesimex [con l'evacuazione di diciotto paesi dell'area rossa, la più minacciata in caso di eruzione del vulcano, e con l'allestimento di centri di accoglienza e di un ospedale da campo). Mentre la Protezione civile lavorava per simulare le operazioni di soccorso alla popolazione, nella Villa che appartenne, si dice, all'imperatore Ottaviano Augusto, si eseguiva un altro test: quello sulla capacità di salvare le testimonianze del passato. A entrare in azione, le squadre speciali del Glabec, Gruppo di lavoro interministeriale per la tutela e la prevenzione dei beni culturali dai rischi naturali (nato ufficialmente nel '99, due anni dopo il terremoto in Umbria). L'ipotesi era che il Vesuvio tornasse a farsi vivo con un'eruzione del tipo Subpliniano I: terremoti del sesto-settimo grado della scala Mercalli, caduta di cenere nell'ordine di duemila chilogrammi per metro quadrato e flussi piroclastici, cioè nubi di gas cariche di materiale magmatico incandescente che viaggiano ad alta velocità, a temperature tra 250 e 300 gradi. Insomma, un evento violento, di poco inferiore a quello del 79 d.C. che colpì Pompei ed Ercolano. In questo scenario devastante, è cominciato il lavoro delle unità operative, composte da vigili del fuoco, operatori della Protezione civile e volontari. Alla Villa di Augusto, nel cuore della zona rossa, sono state impegnate una quarantina di persone. Per loro, il banco di prova era più che credibile. Nel giro di poche decine di minuti, tre squadre S.A.F. (speleo-alpino-fluviali) di vigili del fuoco del Comando di Napoli si sono fatte calare all'interno della villa romana, circa dieci metri al di sotto del livello del suolo. Quattro uomini hanno recuperato due statue, staccandole dalle loro nicchie nella parete. Altri colleghi avevano nel frattempo allestito una teleferica munita di cavi in canapa, capaci di sopportare un peso fino a 500 chilogrammi, per inviare in superficie i materiali recuperati. Cosi le statue sono state chiuse in casse robuste (il carico più pesante non superava comunque i 150 chili) e poi hanno iniziato il loro viaggio verso luoghi più sicuri. Durante la simulazione, la sede scelta per conservare statue, oggetti ed elementi dì arredo provenienti dalle zone del presunto disastro, era la Reggia di Caserta (ma non è detto che lo sarà nel piano finale, ancora da elaborare). Se l'operazione di salvataggio simulata è filata liscia, sono però necessari due tasselli importanti perché gli studiosi e gli amanti dell'archeologia dormano sonni tranquilli: il censimento dei siti a rischio e una scala delle priorità dei beni da salvare. Purtroppo, la mappa-tura del patrimonio archeologico realizzata fino a oggi dalle Soprintendenze è insufficiente; soprattutto, sembra non ci sia stata condivisione dei dati tra le sezioni competenti territorialmente. Risultato? L'ampia area, potenzialmente esposta all'azione più violenta del Vesuvio, nelle cartine appare come una torta frammentata in tanti pezzetti, rossi, gialli e blu (a seconda della minore o maggiore vicinanza al cratere), dove ogni Soprintendenza ignora le priorità dell'altra. Per i siti archeologici, manca addirittura una semplice «scheda per il rilievo del danno», la «pagellina» che dovrebbe illustrarne le attuali condizioni, necessaria anche per sapere come intervenire in caso di calamità. «Dal 2001 esiste una scheda del genere per i beni mobili e le chiese e, dal marzo 2006, anche quella per gli edifici storici, e tutte sono state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale» spiega Attilio D'Anni-baie, segretario del Glabec. «Le abbiamo promosse noi della Protezione civile, altrimenti chissà quando avrebbero visto la luce». Ma i siti archeologici non devono essere stati giudicati prio-ritari: le loro schede non arriveranno prima dell'inizio del 2007. Ma, polemiche a parte, come potrebbe ro essere difesi i meravigliosi affreschi della Villa dei Misteri, a Pompei, o le imponenti vestigia architettoniche delle dimore imperiali? Una strada è quella del «pannello antifiamma». «Avevo chiesto di provare lo "schermo" su un affresco ma non si sono fidati e me lo hanno fatto fare su un muro spoglio» racconta il professor Giulio Zuccaro, che dirige il Centro studi Plinius-Lupt dell'Università Federico II di Napoli. Lo schermo di cui parla è un pannello di materiale resistente alle alte temperature, composto da poliuretano espanso e lana di vetro, spesso ben dieci centimetri. La prova consisteva nel colpire questo pannello con una potente fiamma ossidrica, qualcosa di simile, cioè, al materiale incandescente che potrebbe arrivare dal Vesuvio in caso di eruzione, e vedere quali effetti avrebbe prodotto sul muro sottostante. Nei venti minuti dell'esperimento, i sensori hanno fatto segnare i seguenti record: la temperatura di superficie del pannello è salita fino a 270 gradi, il retro ha raggiunto quota 22, mentre la temperatura di partenza del muro (dal quale il pannello distava alcuni centimetri) era di 15-16 gradi e tale è rimasta. Prova riuscita, dunque. «Ma servono ulteriori studi. Dobbiamo capire cosa succede se la fonte di calore forte, che vuol dire cenere bollente o lapilli, rimane attiva per più di venti minuti, magari per ore» continua Zuccaro. «Così sapremo anche con esattezza a che distanza dal muro va posto il pannello». Dalle stanze del Plinius, che è il centro di competenza per la sismica e la vulcanologia, nato a luglio per lavorare di concerto con l'Osservatorio Vesuviano e la Protezione civile, Zuccaro e i suoi collaboratori elaborano veri e propri «scenari di impatto» (flussi piroclastici, materiale vulcanico e attività sismiche). E presto lo faranno con una tecnologia unica al mondo. «La Regione Campania ha finanziato una innovativa galleria del vento turbolento [dovrebbe essere pronta entro fine 2007, ndr), che ci permetterà di simulare l'effetto prodotto da flussi piroclastici a 250-300 gradi» spiega ancora il professore. «Al suo interno metteremo i pannelli protettivi da testare o dei modellini in scala raffiguranti porzioni di città». Questi «obiettivi» saranno colpiti da un magma di sabbia bollente e detriti, sparati a centinaia di chilometri l'ora. Dai risultati del test verranno le indicazioni su come fronteggiare l'emergenza. Sempre sperando, naturalmente, che il virtuale non diventi reale.