«Vendonsi trecce di capelli provenienti dalla mummia di Ramesse II. Euro 2000». Chissà come pensava di farla franca, il postino cinquantenne Jean Michel Diebolt quando ha messo su un sito Internet questo annuncio, come se si trattasse di una vecchia moto o di un mobile della nonna. Non appena la voce si è diffusa, è arrivata alle orecchie di Zai Hawass, il potente e temuto sovrintendente delle antichità egizie che ha svegliato l'ambasciatore egiziano a Parigi, ha scritto al direttore del Lou-vre e ha chiesto l'immediata restituzione dei reperti minacciando «un grave deterioramento delle relazioni tra Egitto e Francia». La polizia ha quindi bussato alla casa del signor Diebolt, a Saint-Egreve, un sobborgo di Grenoble, dove ha effettivamente trovato bustine di plastica contenenti piccole ciocche di capelli e vecchie bende, pronte ad essere spedite al primo acquirente. Reperto di famiglia La mobilitazione di Hawass, dell'ambasciatore, del direttore del Louvre e del ministero dell'Interno si spiega con il fatto che Jean Michel Diebolt non è solo un postino. È anche il figlio di uno degli scienziati del Commissariato dell'energia atomica di Grenoble che nel 1977 aveva effettuato studi proprio sui capelli di Ramesse II, arrivando alla straordinaria conclusione che erano rossi. Niente di più probabile, quindi, che qualche capello fosse finito nelle tasche del ricercatore e custodito per 30 anni nella casa di Sa-int-Egreve. La mummia di uno dei faraoni più importanti dell'Egitto era stata portata a Parigi perché si stava inspie-gabilmente deteriorando a causa, come si scoprì, di alcuni funghi. Il viaggio di Ramesse fu memorabile. Le autorità egiziane gli fornirono un vero passaporto e alla voce professione scrissero «re». All'aeroporto di Parigi fu accolto con banda e autorità, e non fu lasciato mai solo. Passando per Piace de la Concorde rivide il suo straordinario obelisco di Luxor, portato in Francia da Napoleone perché - afferma una leggenda forse vera - Giu-seppina aveva salutato l'imperatore alla partenza per la campagna d'Egitto dicendogli: «Se passi da Tebe, portami per favore un piccolo obelisco». Una volta eliminati i funghi con una massiccia dose di raggi gamma, il faraone tornò a casa nel museo del Cairo, dove si trova. Le radiografie e gli esami ai quali fu sottoposto rivelarono un corpo martoriato da ferite di guerra, artrite, dolorosa carie dentale e pessima circolazione sanguigna, compatibili con un novantenne dell'epoca. Aveva combattuto decine di battaglie (la più importante a Kadesh contro gli Ittiti, nel 1274 A. C.) generato un centinaio di figli e probabilmente, sostiene Eusebio di Cesarea, inseguito Mosé fino al Mar Rosso, dalle rive del quale assistette alla punizione divina che annientò il suo esercito. Il feretro violato Il corpo del più grande dei faraoni, immortalato nelle statue di Abu Simbel e negli stra-ordinari bassorilievi del tempio di Luxor non poteva subire l'umiliazione di essere messo in vendita su www.vivastreet.fr senza che qualcuno ne pagasse le conseguenze. L'inchiesta è in corso. Il Commissariato per l'energia atomica si è affrettato a precisare che la mummia non ha mai raggiunto Grenoble e quindi i capelli non sono stati tagliati dal cranio. Erano caduti sul lenzuolo funerario, dal quale erano stati prelevati con tutto il rispetto possibile a Parigi e portati nel laboratorio nucleare. Ma Zai Hawass non si è accontentato di queste scuse. Sta chiedendo da tempo a molti musei del mondo di restituire importanti reperti esportati illegalmente e li rivuole tutti. Capelli compresi.