Quando la maionese impazzisce, è inutile continuare ad aggiungere olio: bisogna ricominciare dall'uovo. La recente bocciatura del decreto legge 1022003 per la «valorizzazione e privatizzazione del patrimonio immobiliare pubblico», anche se decisa solo per una ripicca di Alleanza nazionale contro il ministro dell'Economia, può costituire l'occasione per riflettere sulle priorità del Governo e sui modi con cui queste vengono realizzate nell'interesse del Paese. Avrebbe potuto ben occuparsene la cabina di regia, ma anche quell'idea forse perché utile è subito abortita. In effetti, il decreto legge 1022003 conteneva un po' di tutto, all'insegna di un metodo di Governo che non è certo quello del Paese normale. Era sottolineata la «straordinaria necessità e urgenza di superare talune criticità registrate nell'amministrazione del patrimonio immobiliare dello Stato e di accelerarne i] processo di valorizzazione e privatizzazione». Poi, seguiva di tutto un po': dalle «società di trasformazione urbana» alla «Commissione per l'alta vigilanza sulle operazioni di valorizzazione di dismissione nei tenitori delle Regioni di confine»; dalla sanatoria per lo sconfinamento di costruzioni private su aree demaniali alla dismissione di numerose caserme in Friuli-Venezia Giulia. Quest'ultimo aspetto merita in particolare di essere sottolineato. Sono tutte caserme (decine e decine) abbandonate da molti anni, in località importanti come Aquileia, Cervignano, Palmanova, Pordenone, Udine. Sono spesso edifici di qualità, che in tutti questi anni sono stati lasciati andare in malora. In quasi ogni città italiana abbiamo situazioni di questo tipo: immobili statali, spesso di pregio, in continuo degrado, che gli enti locali vorrebbero acquisire per finalità pubbliche o per darli ad acquirenti privati che realizzino i necessari investimenti con le destinazioni d'uso appropriate. Non conosco altro Paese al mondo che abbia questo incredibile giacimento di immobili pubblici di qualità, da anni lasciato andare in malora, mentre tanti filosofi di destra o di sinistra dibattono se gli immobili (cioè i futuri ruderi) debbano essere pubblici o privati, e se a non occuparsene debba essere lo Stato o un ente locale. Sono questi due a ben guardare i veri nodi politici dei quali ci aspetteremmo soluzione, se la politica sapesse andare oltre i convegni e le tavole rotonde! Ciò equivale al contenuto da dare al dettato costituzionale che all'articolo 9 recita: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». La nostra Costituzione è buona, e se la leggiamo con cura è tutt'altro che sovietica (basterà ricordare quei «capaci e meritevoli» che secondo l'articolo 34 dovrebbero andare all'università). Ma il problema politico resta: chi è la Repubblica? Chi è la Nazione? Mi sembra ovvio che la Repubblica non coincida solo con lo Stato, e che la Nazione siamo noi, in tutti i nostri settori di attività pubblici e privati. Basta riguardare la nostra legge fondamentale sulla tutela dei beni culturali (la legge 1089 del 1939, di solito giudicata una buona legge nonostante l'anno in cui fu approvata) per cogliere tre aspetti importanti: là previsione che i beni di valore storico e artistico siano di proprietà statale, o privati ma comunque soggetti a tutela; che vi sia una distinta parte dell'amministrazione statale le soprintendenze a doversene occupare; che l'alienazione ai privati di quelli di proprietà pubblica sia circondata da garanzie e in particolare che non venga meno la tutela, siano cioè garantiti «conservazione» e «pubblico godimento». Un aspetto questo decisivo nel caso dei tanti immobili pubblici che lo Stato ha lasciato andare in malora, per concludere che il passaggio a privati con il permanere della tutela sarà di solito di utilità sociale. In tutti i casi in cui la privatizzazione consentirà finalmente il «pubblico godimento» di immobili statali altrimenti in continuo degrado. È quanto il nostro Parlamento ha già sancito con il Dpr 2832000 che disciplina appunto le dismissioni degli immobili del demanio storico e artistico. Come si ottiene ciò? Il metodo proposto dal decreto 1022003 del maggio scorso per il Friuli-Venezia Giulia era quello giusto, e veniva incontro alle attese di quel popolo. Il metodo che solo può funzionare, in un Paese altrimenti troppo litigioso, è infatti quello dell'accordo tra le parti interessate. Nel decreto 1022003 ciò era garantito dalla previsione che la Regione ottenesse gratuitamente le caserme di suo interesse, collaborando con Patrimonio dello Stato Spa per valorizzazione e dismissione delle altre. Analoghi accordi, che coinvolgono i tre ministri competenti (Economia, Difesa, Beni culturali), si stanno progettando a Bergamo e a Piacenza, e rientrano nel più generale accordo siglato un mese fa tra l'Agenzia del Demanio e l'Associazione dei Comuni (Anci). È' mia convinzione che: 1) ciò sia nell'interesse del Paese anche perché è difficile chiedere sacrifici ai cittadini mentre si sperpera un loro patrimonio; 2) serva a risolvere problemi veri delle comunità locali; 3) gli investimenti che così finalmente partirebbero siano d'aiuto a una ripresa economica che è tutto meno che sicura. È però anche possibile e l'abbiamo appena visto in Parlamento che tutto si fermi di nuovo, per l'ennesima ripicca all'interno di una maggioranza tanto ampia quanto litigiosa. Un Paese che non sa tutelare e valorizzare le sue migliori risorse non ha futuro.