Cultura e turismo rappresentano un binomio vincente dal quale può ripartire la ripresa di Napoli. Visto che le nostre attrattive culturali sono di livello mondiale, dovremmo, quindi, approfittare del trend favorevole e puntare su di esse per lo sviluppo economico e sociale del territorio. E invece cosa accade? Qual è la realtà con la quale dobbiamo misurarci giorno per giorno? Accade che un sito culturale di assoluta unicità internazionale - gli Scavi archeologici di Pompei -, come viene denunciato dal city-manager, è attualmente visibile solo al 30 e che «occorrerebbero duecentocinquanta milioni di euro e cinque anni di lavori per un restauro completo della Pompei sepolta». Questo problema della valorizzazione ottimale degli Scavi è peraltro aggravato da difficoltà di carattere strutturale (un'organizzazione amministrativa non al passo con i tempi) e procedurale (la solita congestione burocratica di pareri, autorizzazioni, decisioni dei vari enti interessati). Sotto questo secondo aspetto ci sembra il caso di ricordare, per inciso, anche la recente notizia di un ulteriore stop del progetto «Pompei Tw» (la Pompei virtuale), che dovrebbe essere realizzato a Torre Annunziata con l'impegno di settantatré milioni di euro, avviato nel 1998 e attualmente fermo per ragioni urbanistiche. A queste ultime, del resto, è da ritenere che possano essere addebitati anche i ritardi nel piano di valorizzazione del contesto esterno agli Scavi (accessibilità, parcheggi, ricettività). Un progetto, dunque, che volesse veramente porre a frutto la risorsa Pompei dovrebbe essere ancora più ampio e contemplare il problema di sistemazione degli Scavi insieme con quello della città che li ospita. Al riguardo, c'è da dire che per il suo finanziamento teoricamente non dovrebbero sussistere grandi difficoltà perché, alla luce dei vantaggi ritraibili da una sponsorizzazione dell'operazione Pompei, dovremmo registrare una fila di pretendenti piuttosto che lamentarci della mancanza di duecentocinquanta milioni di euro. C'è difatti da chiedersi quale altro progetto, per prestigio e risonanza mondiale, potrebbe entrare in competizione e vincere? Ancora, cosa rappresenta un fabbisogno finanziario di entità certamente non straordinaria per mega Fondazioni nazionali e, soprattutto, internazionali, il cui scopo statutario è la produzione e diffusione della cultura in tutte le sue espressioni artistiche? Certo, se è difficile pensare di ricorrere all'imprenditoria locale, da cui non è stato possibile nemmeno ottenere interventi di più modesta entità per il Teatro San Carlo, è lecito tuttavia puntare su aiuti esterni, nazionali e internazionali. Allora, cosa manca per comporre un mosaico all'apparenza non particolarmente complesso? Tre sono i tasselli più importanti. Il primo è costituito dalla creazione di un efficace collegamento con le principali Fondazioni (si pensi solo a quelle straordinariamente ricche promosse da Bill Gates e da Warren Buffett) mediante «fund-raiser» (cacciatori di fondi) di provata competenza e in possesso delle giuste relazioni. Il secondo tassello è rappresentato dalla serietà di predisposizione e di amministrazione del o dei progetti da proporre per la sponsorizzazione. Il terzo, e ultimo, è l'inserimento di tali progetti in un piano di valorizzazione del territorio, in grado di fare crescere il risultato degli interventi specifici sulla risorsa culturale con una ricaduta complessiva di immagine corrispondente all'entità dei fondi da investire. Perché, dunque, non lanciare in tempi brevi un'operazione Pompei (del tipo, per intenderci, del «salvate Venezia»), con un progetto da diffondere mediaticamente a livello internazionale? Sarebbe una risposta concreta e vincente in un mercato delle sponsorizzazioni in cui non basta solo disporre di un buon progetto, ma bisogna anche saperlo vendere bene.