Crimaco, manager degli scavi: servono 250 milioni in 5 anni Occorrerebbero duecentocinquanta milioni di euro e cinque anni di lavoro per un restauro completo della Pompei sepolta». È l'annuncio che fa il city-manager-della Soprintendenza autonoma pompeiana, Luigi Crimaco. Una speranza che soltanto con l'aiuto di colossi dell'economia internazionale potrebbe realizzarsi ed è proprio agli sponsor privati che il direttore amministrativo del sito archeologico più conosciuto al mondo si rivolge. «Solo il trenta per cento della città sepolta è visitabile - denuncia il manager degli scavi -Molti degli edifici hanno problemi di staticità, altri sono inagibili per i danni subiti dal terremoto del 1980. La colpa è della mancanza di fondi, della carenza del personale e di una legge sull'autonomia mai migliorata». La legge speciale che dall'ottobre del 1997 ha dotato di autonomia scientifica,, organizzativa amministrativa e finanziaria la soprintendenza archeologica di Pompei, secondo Crimaco, è «un'anatra zoppa». «Soprattutto per quanto riguarda il personale che, di fatto, non può essere governato come quello di un'azienda privata poiché dipende dal ministero», spiega. Nonostante tagli di fondi, case che continuano a chiudere e la carenza di personale, le meraviglie della città sepolta, però, continuano ad attrarre l'interesse di milioni di turisti. Lo testimoniano l'incremento del sette per cento di visitatori (che hanno raggiunto quota tre milioni) e l'aumento del 20 per cento degli incassi, (ventidue milioni di euro) di quest'anno rispetto al 2006. Attualmente tra le antiche domus ci sono 45 cantieri aperti, per un importo complessivo di venti milioni di euro. Ventuno contratti, per un impegno di tredici milioni e mezzo di euro, sono alla firma ed interessano, in particolare, il rifacimento di una delle entrate dell'area archeologica, «Piazza Anfiteatro». Altri quattordici milioni di euro, invece, sono pronti per essere spesi per appaltare diciannove gare. Intanto, a Poggiomarino, emerge il piccone simbolo dei Sarrasti. L'eccezionale ritrovamento avviene al termine della quarta campagna di scavo in corso dallo scorso aprile a Longola-Poggiomarino, nell'area di sette ettari inizialmente destinata all'impianto del depuratore del Medio Sarno e dal 2003 sotto vincolo della Soprintendenza Archeologica di Pompei. Riguarda uno strumento ligneo dalla foggia simile a quella di un moderno piccone. La circostanza che il manico si presentasse spezzato in diversi punti con i vari frammenti posti accanto fa ipotizzare che lo strumento, danneggiatosi durante il suo utilizzo sia stato lasciato in situ, divenendo così quasi il simbolo della forza modificatrice degli operosi abitanti di Longola. «Lo scavo in corso continua ad ampliare le nostre conoscenze a proposito del mondo, finora mitico, dei Sarrasti. - spiega il Soprintendete archeologo di Pompei, Pietro Giovanni Guzzo - Abbiamo davanti agli occhi lo strumento che ha permesso gran parte del lavoro del quale, finora, vedevamo i frutti: ora scopriamo anche grazie a cosa esso fu realizzato. I risultati dèi sei anni di scavo, di ricerca, di scoperte attendono una sistemazione: per la realizzazione e il funzionamento di un museo dei Sarrasti necessita il concorso degli Enti territoriali interessati».