Martedì 28 Novembre 2006 Chiudi di MARIA GRAZIA FILIPPI C'è un compasso di bronzo ... C'è un compasso di bronzo perfettamente integro, strumento di lavoro di chissà quale artigiano, e c'è una spatola in ottone che serviva per raccogliere la crema che una qualche matrona romana si sarà spalmata sul viso. Ci sono minuscoli oggetti, come la spilla che serviva a sostenere i capelli di una bella bambina, forse la stessa che è stata sepolta proprio accanto e che, mentre le ruspe sono al lavoro per i sondaggi archeologici preliminari alla realizzazione della metro C, è emersa ormai scheletro, anche se perfetto. Saranno loro, gli ultimi arrivati fra le centinaia di migliaia emersi in 25 anni di scavi preliminari ad opere civili o di manutenzione, a riportare alla luce il più grande museo archeologico del mondo, il sottosuolo di Roma, da sabato in esposizione nello spazio delle Olearie Romane a piazza della Repubblica nella mostra "Roma. Memorie dal sottosuolo" organizzata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma. Ieri mattina, nel cantiere tra via Sannio e Porta Asinaria, Rea Rossella, responsabile per la Soprintendenza Archeologica del cantiere di scavo che dovrà svelare quali e quanti reperti si trovano ancora nascosti a circa 10 metri dall'asfalto moderno prima di procedere alla realizzazione del tratto di Metro C da San Giovanni al Colosseo, ha mostrato alcuni dei segreti emersi fino ad oggi. «Due grossi muri in opera listata, probabilmente riconducibili a strutture residenzial-produttive - ha spiegato l'archeologa - si trovano in un'area interessata da una piccola necropoli riconducibile più o meno al 270 dopo Cristo, alla quale si riconducono le due sepolture ritrovate: lo scheletro di un bambino di circa due anni e quello di una bambina di circa 10 anni».