II primo luglio del 1938, al convegno nazionale dei soprintendenti italiani, uno storico dell'arte appena trentenne espose una trascinante relazione su un progetto innovativo per il futuro del patrimonio artistico italiano: Giulio Carlo Argan proponeva, insieme a un altro brillante collega di poco più anziano, Cesare Brandi, di fondare un istituto per trasformare il restauro artistico interpretativo, praticato in Italia dalle botteghe che discendevano direttamente dalla tradizione medievale, in «restauro scientifico». Per capire quale fosse lo stato dell'arte fino ad allora basterà pensare che abilissimi restauratori erano capaci di pulire, senza troppo danno, un dipinto su tavola incendiandovi sopra dell'alcool fino a volatilizzare le vernici ossidate, per poi spegnere l'incendio un momento prima di mandare in fumo anche la pellicola pittorica. Ancora più fantasiosa era l'opera di ricostruzione e interpretazione dei testi mutili, dove la bravura del restauratore si misurava nella sua capacità di imitare la mano dell'artista che aveva creato l'opera. Ma la storia dell'arte aveva bisogno di contare su un maggiore scrupolo filologico, confidando nella autenticità di testi non compromessi né alterati dai restauri: da qui il progetto per la formazione di un istituto dove elaborare e insegnare un restauro moderno e scientifico, che avrebbe permesso di unificare i metodi di intervento su tutto il territorio e di sviluppare una ricerca diagnostica che fosse in grado di attingere allo sviluppo velocissimo delle nuove discipline scientifiche, dalla chimica alla fisica. Il progetto convinse tutti, tanto che di là a poco fu varata una legge per la fondazione dell'istituto centrale del restauro di Roma la cui direzione venne affidata a Cesare Brandi, che la mantenne fino al 1961. Giovane e coraggioso, ma soprattutto dotato di uno spiccato senso della realtà, Brandi intuì subito che la nuova disciplina avrebbe dovuto valersi di tutto ciò che di meglio forniva la secolare tradizione, dunque chiamò a insegnare una decina di persone di eccelsa levatura, che si chiusero nel palazzo di piazza San Francesco di Paola, messo a disposizione dal governatore di Roma, accanto alla scala di San Pietro in Vincoli. Nel giro di pochi anni, in quell'istituto venne teorizzato, sperimentato e praticato il metodo moderno del restauro, che Brandi riassunse tra le pagine della sua «Teoria», presto diventata il riferimento filosofico del restauro non solo in Italia ma in tutto il mondo. Dal sodalizio di quel gruppo nacquero frutti teorici e pratici così formidabili da indurre, in seguito, un paragone con altri fondamentali gruppi creativi, tra cui la Wiener Werkstatte, lo Staatliches Bauhaus, il circolo di Bloomsbury, o il gruppo di via Panisperna, che permisero all'Italia di entrare con nuove idee nel panorama creativo contemporaneo. Dopo questa prima stagione eroica, identificata con la direzione di Cesare Brandi, l'istituto avviò una fase travagliata, che toccò l'apice della conflittualità istituzionale con le dimissioni date da Giovanni Urbani nel 1983, in aperta polemica con il ministero dei beni culturali. Tra i primi allievi della scuola, Giovanni Urbani si era poi laureato in storia dell'arte, finendo per sommare in sé quelle competenze e quelle esperienze che gli avrebbero permesso di individuare il carattere dei problemi posti dalla tutela del patrimonio artistico, in un paese che dalla fine degli anni '30, quando era stato fondato l'istituto, si era profondamente trasformato e poneva questioni scottanti, tutte ancora impietosamente sul tappeto. È una storia, questa, finalmente raccontata da una dei suoi protagonisti, Caterina Bon Valsassina, la studiosa di storia dell'arte che da cinque anni dirige l'istituto e ha raccolto la piena consapevolezza dei problemi posti da un'eredità al tempo stesso imprescindibile e resa lacerante dal panorama odierno. Titolato Restauro made in Italy (Electa, pp. 275, euro 19,00) il libro sceglie una chiave narrativa informata alla più rigorosa filologia documentaria, il cui esito è appassionante come può esserlo un racconto di famiglia: e non soltanto per chi di quella famiglia ha fatto parte, ma per tutti coloro che hanno a cuore le questioni relative alla tutela artistica in Italia. Con il merito fondamentale di mettere lucidamente a fuoco le contraddizioni interne a quell'esperienza - come la difficoltà a unificare gli indirizzi sull'intero territorio nazionale e lo squilibrio tra le competenze di chi partecipa al ciclo del restauro - che nel tempo ne hanno bloccato lo sviluppo.
La storia dell'istituto inaugurato da Brandi
Il 2 luglio 1938, Giulio Carlo Argan e Cesare Brandi presentarono un progetto per fondare un istituto per il restauro artistico scientifico in Italia. Il progetto proponeva di trasformare il restauro artistico interpretativo, praticato dalle botteghe medievali, in restauro scientifico. L'istituto fu fondato e Cesare Brandi ne divenne direttore fino al 1961. Brandi chiamò a insegnare una decina di persone di eccelsa levatura e insieme teorizzarono, sperimentarono e praticarono il metodo moderno del restauro. Il libro "Restauro made in Italy" di Caterina Bon Valsassina racconta la storia dell'istituto e le contraddizioni interne che ne hanno bloccato lo sviluppo.
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