La fila si dipana all'interno, lungo la navata sinistra e fuoriesce sulla piazza antistante. Sto parlando di piazza del Popolo a Roma e della omonima chiesa. E' una fila ordinata, silenziosa, devota. Composta dai fedeli del Caravaggio. Sono tanti e si sottopongono a una noiosa attesa per contemplare le due versioni della Conversione di San Paolo. Dopo quattro secoli, infatti, la prima stesura è tornata accanto a quella definitiva. Per pochi giorni appena, prestito della famiglia Odescalchi. Il raffronto è qualcosa di più di una precisazione storiografica. E' un'occasione da non perdere. Vederli accanto è un vero incanto. I due San Paolo. Quello vecchio e quello giovane. Prima dipinse un vecchio barbuto che rifugge la luce, poi lo ringiovanì, lo rinvigorì, e lo rappresentò a braccia aperte, pronto a accogliere l'illuminazione. Una bella differenza. Ma il fatto è un altro. Mi spiego: io sono un frequentatore di chiese. Appena posso faccio lo slalom tra una messa e l'altra (in verità vi dico che sono sempre di meno, le messe), dunque cerco di non disturbare il culto e m'intrufolo in qualche chiesa. Roma ne è piena zeppa. Sembrano non finire mai, ce n'è sempre una che non si è vista e in quelle già visitate, ogni volta che ci si torna, c'è sempre una nuova scoperta da fare. Inoltre abito a due passi da piazza del Popolo. Qualche cretinetto deve anche saperlo visto che ha disseminato la zona circostante di scritte spray a me indirizzate. «Echaurren artista di regime». Magari! Dunque dicevo prima che mi perdevo nella polemicuzza personale, abito nei pressi di piazza del Popolo e dunque ci bazzico spesso, a Santa Maria. A parte l'orribile crocefisso di nuova concezione e fusione e qualche incomprensibile intrusione di quadri contemporanei estemporanei che ho più volte denunciato, la chiesa è uno scrigno di meraviglie. Il sarcofago del Vecchietta, i luminosi affreschi del Pinturicchio, il coro del Bramante, i monumenti funebri del Sansovino, le vetrate di Guillaume de Marcillat, la morte prigioniera di Ignoto che ha sempre esercitato su di me un fascino tetro. Ma ancora non è finita: la cappella Chigi, progettata da Raffaello, contenente il pavimento intarsiato e le statue di Daniele e Abacuc di Giovan Lorenzo Bernini. E qui mi permetto di fare un altro inciso: perché nessuno ha ancora restaurato il dito spezzato dell'angelo giocherellone? Naturalmente il piatto forte è costituito dalle tele del Caravaggio: La crocefìssione di San Pietro e la Conversione di san Paolo. Tra le sue opere più belle. Eppure solitamente non ci sono folle sciamanti, non ci sono mandrie di turisti turnisti, la gente non si mette in coda Non ce n'è bisogno. Al massimo si inserisce una monetina nel bussolotto per illuminare la scena. Dunque quel che rende appetibile un quadro non è il valore pittorico in sé, ma la cornice. L'aura di evento, il clima di avvenimento imperdibile, la sensazione di star vivendo un momento speciale. Il «c'ero anch'io», insomma. E questo vale per una mostra, per il funerale, per un mega incidente stradale. Insomma più che ammiratori si tratta di curiosi. Ogni volta che muore un tizio famoso ecco formarsi torme di orfani improvvisati che battono le mani in un bell'applauso, strappano un pezzetto di celebrità, si portano a casa una reliquia di mondanità. Lo stesso accade per l'arte, per le mostre. Ormai viene comodo costruire il cosiddetto evento. Identificare la singola opera trainante (tipo l'ennesimo Caravaggio spuntato a sorpresa sul caminetto reale di Hampton Court e prontamente traslato nell'Ala Mazzoniana della stazione Termini a Roma), trovargli un titolo accattivante, creare il caso ammiccante, infiocchettare il tutto con il raso e gettarlo in pasto ai media. E' nato così quello stile espositivo persuasivo con cui furono lanciati i bronzi di Riace. Fu proprio la loro tournée del 1980 a fare da detonatore per quel clamoroso entusiasmo nazionale ed internazionale che li rese più corteggiati di due star di Hollywood. Oggi la celebre coppia giace in santa pace nel museo della Magna Grecia a Reggio Calabria e non mi risulta che la calca prema alle porte. Allo stesso modo per questa manifestazione legata alla Conversione Odescalchi c'è da registrare una nota curiosa. Come è risaputo, nella cappella Cerasi, di fronte alla più celebre seconda versione della Conversione, c'è la splendida tela della Crocefissione di San Pietro, sempre del Caravaggio. Anche la Crocefissione, in questa occasione, ha goduto del favore dei riflettori. Eppure nessuno s'è accorto che trattatasi di una foto. L'originale era stato spostato, prestato per la mostra che si tiene nel braccio di Carlo Magno del colonnato di San Pietro, mostra sui cinquecento anni della prima pietra della basilica. Insomma, quando il quadro era quello vero il pubblico era di meno. Morale: ci si sbraccia, ci si accalca, ci si sporge, ma spesso non ci si accorge neanche cosa si sta guardando. O meglio, si guarda senza vedere.