Va in scena a Roma (e anche nel resto d'Italia) una certa «sindrome di Stoccolma», che rende immobili gli equilibri ai vertici di cultura e spettacolo messi in vigore negli anni scorsi dalla ineffabile Casa delle libertà. Che non avendo grandi geni nelle sue fila artìstiche, ha promosso parenti, basso funzionariato e residuati bellici: un esercito di arroganti e insipienti. Sono passati sei mesi dal ritorno del centrosinistra al governo, e anni dalla riconquista della maggior parte degli enti locali da parte dello stesso schieramento, ma come in un incubo si rimane sospesi con i vecchi assetti e le stesse impresentabili facce alla guida di teatri e istituzioni. Il caso più clamoroso è certo quello di Giorgio Albertazzi, divenuto direttore per meriti di militanza a destra, e che batterà ogni primato nel non lasciare traccia della sua direzione. Ora rischia di venire confermato ancora, e certo non per i meriti acquisiti in epoca repubblichina e spiegati ancora recentemente con dovizia di particolari dal Corriere. Non verrà sostituito il mese prossimo allo scadére della sua ennesima proroga, benché rimanga una faccia impresentabile del teatro pubblico della capitale governata da Veltroni. Ma resterà solo perché chi deve decidere (gli enti locali) pare non siano «pronti». Eppure, a leggere i giornali, sono prontissimi a trovare posto ad assessori in via di dismissione, a creare ex novo fondazioni a capitale prevalentemente pubblico per senatori della repubblica, a fare quasi il gioco delle tre carte rimescolando nomi e incarichi. Intanto, come il Centro di cinematografia resta appannaggio di Albertoni, all'Ente teatrale italiano resiste un cda e una dirigenza tutta polista quanto a nomina e ai fatti, e così via discendendo. I risultati sono vistosi, per chi frequenti non i luoghi del tempo libero, ma anche solo le pagine dei giornali dedicate. Cartelloni vergognosi quanto a noia e vecchiume, pubblico rarefatto (se non per chi scimmiotta la peggior televisione), miriadi di imprese in crisi, genuflesse a qualsiasi sottosegretario. Non è detto che servano miracoli, ma almeno qualche gesto di intelligente buona volontà aiuterebbe almeno a dare un segnale che qualcosa sia cambiato. Il vicepremier Rutelli, che tanto si è battuto per governare la cultura, potrebbe soffiare aria nuova almeno nel maggior Ente teatrale italiano, anche se l'articolo che ne prevedeva il commissariamento e la ridefinizione, è stato tra i primi a sparire dalla medesima finanziaria. Perfino il ministro Mussi, tra i drammi dell'università, potrebbe spendere un minuto a riformare le massime scuole di danza e teatro in Italia, che nel loro regolamento d'antan godono di direttori «a vita», senza scadenza, come neanche un'investitura medievale. Quanto a Veltroni poi, potrebbe fare addirittura miracoli, nel suo «piccolo» che fa di Roma il «massimo» modello italiano. Il Teatro di Roma deve avere un nuovo direttore, e tra i candidati più strampalati apparsi sui giornali, ora pare ci sia anche Pippo Delbono, che non è romano e che ha rifiutato i medesimi incarichi all'estero. Eppure fa un teatro fuori dalle regole consolidate degli stabili, da poter costituire almeno un segno di rottura. Sarebbe un bel colpo, fuori delle cosche e dei salotti. Se ogni politico facesse la sua parte, nessuno potrebbe garantire lo spettacolo del secolo, ma certo tutti saremmo più appassionati a vedere la commedia.
La sindrome di Stoccolma: immobili gli equilibri ai vertici di cultura e spettacolo
A Roma e in tutta Italia si sta vivendo una "sindrome di Stoccolma" che rende immobili gli equilibri della cultura e dello spettacolo. Il governo centrosinistro ha promosso parenti e funzionari di basso livello, e non ha fatto nulla per rinnovare la scena teatrale e cinematografica. Il caso più clamoroso è quello di Giorgio Albertazzi, direttore del Teatro di Roma, che è stato confermato nonostante la sua impresentabilità. Il governo non ha fatto nulla per sostituirlo, e gli enti locali sembrano non essere pronti a prendere decisioni. Invece, si stanno creando fondazioni a capitale pubblico per senatori della repubblica e si stanno facendo nomi e incarichi.
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