Nato appena quattro anni fa, nel pieno centro di Parigi, è diventato uno degli spazi di cultura più frequentati della città. Una finestra dedicata alla creatività contemporanea che mette al centro della sua "missione" soprattutto i visitatori Milano. E', importante per una città avere una finestra sulla creatività contemporanea. Lo sa Parigi che ne ha una molto efficace, quella del Palais de Tokyo. Non museo, ma site de création contemporaine, spazio che ospita tutto quello che di nuovo succede nelle arti visive contemporanee. Nato appena quattro anni fa, è diventato uno degli spazi di cultura più frequentati della città. Un modello che, inusuale per la Ville Lumiere, ha colpito gli smaliziati parigini abituati dalla loro città a masticare arte e cultura. A raccontare, a quasi un lustro dalla sua nascita, il successo di questo enorme spazio espositivo è Marc Sanchez, il direttore culturale. Partiamo dal palazzo che è immenso: 25 mila metri quadrati. Si trova in un posto privilegiato, il centro di Parigi. «Quando è partito il progetto, quattro anni fa, l'edificio era molto bello, ma in stato di abbandono. Completamente distrutto all' interno. Era come una grande rovina architetturale». Sanchez e gli altri due direttori artistici con cui lavora si erano trovati di fronte uno spaziò tutto da rifare. Ma, di necessità, virtù: «Abbiamo avuto la fortuna di poter fare un progetto completamente dall'inizio, senza nessun vincoloraccontaE' stata una fortuna non avere limitazioni. Ci siamo chiesti cosa fare rispetto alla situazione dell'arte contemporanea a Parigi agli inizi di questo millennio. Abbiamo tentato di dare delle risposte in grado di aprire nuovi territori e comportamenti». E' nato un posto che non ha niente di statico, di istituzionale e di già visto. A cominciare dalle regole più elementari: quelle dell'orario di apertura. Il Palais de Tokyo rimane aperto tutti i giorni fino a mezzanotte. «E' importante aprire i musei quando la gente non lavora più dice Sanchez Se si chiude alle cinque di pomeriggio chi va a vedere le mostre?». Ragionamento elementare, ma messo in pratica da poche realtà. «Abbiamo tentato di fare un programma artistico di alto livello, in linea con le correnti creative contemporanee, e nello stesso tempo di abbracciare un vasto pubblico racconta Fare delle mostre per esperti conoscitori che fanno biennali e fiere non ha senso». Una sfida importante,quanto difficile: attirare il numero maggiore di persone con mostre molto innovative. Al Palais de Tokyo essere accessibili è un obbligo. Un esempio e quello su come dare risposte semplici alle domande del pubblico di fronte ad un'opera. Quando si visita un museo le uniche persone in sala sono i guardiani che non possono spiegare il senso di un quadro o di una installazione. Al Palais hanno messo dei 'mediatori' in grado di rispondere alle domande del pubblico. Altro atout è la flessibilità della programmazione. Il classico museo ha una scaletta di mostre, che viene preparata con un triennio di anticipo. Il che non permette di catturare in tempo reale le manifestazioni interessanti, quelle che si colgono all'ultimo minuto. «Se si va a visitare un artista nel suo studio e si trova una realtà interessante non ha senso metterla in una lista d'attesa di tre anni. Come è possibile presentare l'attualità in tempi così lunghi? Bisogna organizzarsi per reagire velocemente, per non essere troppo 'amministrativi', per avere un circuito di decisione semplice e veloce». Al Palais fanno programmazioni brevissime, a sei mesi. «E' importante essere capaci di cambiare qualcosa anche all'ultimo minuto. Abbiamo un programma con dei buchi, cosa che spaventerebbe alcuni direttori di musei. Noi, invece ci teniamo a questi buchi che rappresentano delle possibilità di fare delle cose fresche, all'ultimo minuto». Il bilancio del Palais, dopo quattro anni e mezzo di apertura al pubblico, è positivo visto che registra una media di visitatori superiore alle 1000 persone al giorno. Un pubblico quanto mai variegato: bambini, famiglie, anziani, giovani e specialisti. Non è male per essere nati in un posto come Parigi all'interno di uno scenario molto competitivo, con musei di tutti i tipi. «Questo vuoi dire che c'è sempre posto per situazioni aperte, inventive, che non vogliono essere solo una replica di quello che si è già sperimentato» aggiunge Sanchez. Un modello da importare in Italia. «Quello che manca in Italia è la capacità di creare situazioni aperte, poco amministrative. Gli artisti hanno tante difficoltà a capire i ritmi e i tempi delle amministrazioni. Ci vogliono strutture libere, gestite da individui che hanno uno spirito fuori dalle norme». Questa è stata la grande fortuna del Palais de Tokyo. I direttori non erano persone che avevano precedentemente diretto delle istituzioni. Erano critici d'arte, curatori che non venivano dalla parte "pesante" delle istituzioni museali o ministeriali. «Abbiamo fatto i lavori di restauro del Palais in meno di un anno, limitandoci a rimettere a posto solo una piccola parte di questo spazio enorme. Abbiamo aperto le porte al pubblico in uno stato molto, ma molto lontano dallo stato finale della ristrutturazione. Se avessimo inseguito la perfezione ci avremmo messo un bel po' di anni e avremmo dovuto posticipare di parecchio l'apertura». E ancora una volta di necessità virtù: l'architettura degli spazi interni del Palais de Tokyo non è completa, ma è in divenire. Si crea mostra dopo mostra Sul versante dei contenuti: stessa apertura di spirito. «E' un posto disponibile ai progetti degli artisti. Non ha una linea unica da difendere. Siamo un posto per l'arte, ma quello che è interessante sono gli incroci fra diversi territori. A noi interessa come gli artisti guardano al mondo del design, della moda, dell'architettura». Spiega: «La cosa importante è avere uno sguardo giovane sulle cose». Quale? «Quello della sorpresa permanente. Un centro d'arte deve avere come missione principale quella di dare le chiavi per capire il presente, le sue trasformazioni e i nuovi linguaggi».