Vittorio Sgarbi non finirà mai di procurarci vitali e proficui stimoli. Da un lato, l'irritazione per l'arroganza della fervida intelligenza del ragazzo uscito dalla farmacia della mamma e votato al successo mediale un po' cialtronesco; dall'altro, l'ammirazione per un uomo che sa fare della banalità quasi un'arte, della provocazione un business, della mascolinità un piccolo adorabile mito. Ci spiace soltanto che, da quando è assessore alla Cultura di Milano con il sindaco Letizia Moratti, il compagno Sgarbi abbia perduto un po' della sua proverbiale verve. Scoppia il caso della Venere di Morgantina e dell'atleta di Lisippo che il Getty Museum di Malibu non vuole restituire al ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli. E Sgarbi che fa? Dichiara all'Ansa che dalla vicenda esce l'immagine dell'America come "un paese predatore, uno che con i soldi crede di poter acquistare tutto, anche il non acquistabile". E invoca, condannando l'incolpevole Rutelli, l'intervento del presidente del Consiglio Romano Prodi e del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che secondo lui dovrebbero prendere per il bavero George Bush per ottenere la restituzione del maltolto. Ma che Sgarbi è mai questo moralista anticapitalista che sbraita contro l'America prepotente e il potere del denaro? Forse l'Ansa l'ha raggiunto appena sveglio, quando il nostro critico d'arte non aveva ancora letto i giornali e segnatamente un interessante articolo di Ugo Bertone su "Finanza e Mercati", che raccontava come David Geffen, uno dei personaggi più importanti dello show business americano, fondatore di Dream Works assieme a Steven Spielberg, avesse appena incassato 550 milioni di dollari vendendo i suoi quadri agli hedge fund, che hanno rivoluzionato anche il mercato dell'arte importando le tecniche di hedging adottate dai derivati. Due de Kooning venduti per circa 200 milioni di dollari, un Jackson Pollock per 140 milioni, un Jasper Johns per una somma imprecisata. Altro che ciminiere e manifatture, il business è altrove. Arte e denaro si attraggono reciprocamente e inevitabilmente. Afrodite è Afrodite, ha duemilacinquecento anni, e Rutelli fa bene a rivendicarla al Getty. Ma il solitamente iconoclasta assessore alla Cultura di Milano, notoriamente assertore degli agi del capitalismo e dell'arte miliardaria, cade sul moralismo dell'"America predatrice". Lui che fa il mestiere del critico d'arte sa meglio di chiunque altro che il mercato, l'economia, il denaro sono il vero "motore" dell'arte. Nel medioevo le congregazioni religiose incarica- vano l'artista di affrescare una chiesa per celebrare il santo protettore. Dal Rinascimento in poi furono i ricchi e potenti a farsi rappresentare nei dipinti. Oggi il ruolo dei "committenti" è svolto in pratica dai critici come Sgarbi, che in America hanno inventato l'espressionismo astratto, con de Kooning e Pollock venduti a centinaia di milioni di dollari e che sono diventati uno dei beni preferiti dagli hedge fund, i "mecenati" del nuovo millennio. Distratto da tante occupazioni e incombenze comunali, Sgarbi non è forse più aggiornato sul rapporto tra capitalismo mercantile e arte, che già Marx aveva catalogato come merce, perché scambiata con altre cose e soprattutto con l'equivalente universale, il denaro. Cosicché l'arte è diventata, come dimostra la diatriba Rutelli-Getty Museum e ancor di più il business di mister Geffen con gli hedge fund, una "sfera culturale che esprime, più di ogni altra, la natura mercantile del nostro mondo", come spiegano Alessandro Del Lago e Serena Giordano in "Mercanti d'aura", una ricchissima ricerca appena pubblicata dal "Mulino". Dall'aura dell'arte come uso all'aura come scambio.