PER UN politico è sempre «utile» fare la voce grossa con gli Stati Uniti: anche nel settore dei beni culturali. È facile contestare la prima potenza mondiale, specie alla vigilia di un viaggio ufficiale dalle parti di George W. Bush: si guadagna il consenso a sinistra. Si tratta di un vecchio difetto. Questa volta il protagonista è il vicepremier e ministro per i Beni e le Attività Culturali Francesco Rutelli. L'ultima occasione è stata fornita dalla «querelle» sulle collezioni d'arte antica del Getty Museum. Dopo una complessa e faticosa trattativa, sono state riconquistate numerose straordinarie opere classiche. Ma per la Venere di Morgantina e l'Atleta di Lisippo l'accordo non è stato raggiunto: i due eccezionali documenti della storia dell'arte - una parte di un lungo elenco - resteranno negli Stati Uniti. È scattata la guerra tanto da pensare a un «embargo culturale» contro le istituzioni americane. La corrispondenza tra i curatori del Getty e il ministero italiano era destinata a non essere divulgata (circostanza che ricorda la diffusione del dialogo tra il premier Romano Prodi e Marco Tronchetti Provera). La mossa italiana di dichiarare questa «guerra» non sembra dettata da un ragionamento sereno. Anche perché - in questo rinnovato ministero di via del Collegio Romano - sono state appena «trasportate» dalle Attività Produttive le competenze riguardanti il turismo: forse qualcuno ha improvvisamente dimenticato il ruolo dei vacanzieri statunitensi nella crescita del fatturato delle imprese turistiche a Roma, in primo luogo, e in generale in Italia? Quali possono essere, se non negative, le conseguenze di una «battaglia» - innanzitutto ideologica - contro gli americani, anche se è causata da una nobile causa come la difesa dell'italianità dei beni culturali sparsi nel mondo? Al dicastero non devono aver pensato agli scenari futuribili nel settore alberghiero: senza le comitive di anziani provenienti dagli Stati Uniti, numerosi hotel potrebbero immediatamente chiudere per mancanza di clienti. Anche se alcuni sono certi che la «linea forte» è stata dettata per dare un segnale (meglio, "un avvertimento") a Salvatore Settis, docente universitario di fama internazionale e presidente del consiglio nazionale per i beni culturali, consulente di istituzioni in ogni parte del pianeta (e apprezzato dagli stessi curatori del Getty Museum). Un "braccio di ferro", comunque, non è mai positivo. Proprio in questi giorni, nella capitale, pagine di quotidiani vengono dedicate ai continui sfregi che hanno come "vittime" opere d'arte ospitate nelle strade, abbandonate al loro destino anche in luoghi pubblici. Quasi sempre, il privato che diventa proprietario di un capolavoro lo cura amorevolmente: la formula ideale, da adottare in numerosi casi, sembrerebbe quella del riconoscimento ufficiale della proprietà allo Stato Italiano, e contestualmente la "concessione" del comodato gratuito al possessore, in cambio della sua disponibilità in qualsiasi momento a far pervenire l'opera per allestire mostre temporanee e studi scientifici. A spese del cosiddetto "detentore". Ma forse è troppo facile...
PER UN politico è sempre utile fare la voce grossa con gli Stati Uniti: anche nel settore dei beni culturali.
Il vicepremier Francesco Rutelli ha dichiarato guerra agli Stati Uniti per la mancata restituzione di due opere d'arte antiche, la Venere di Morgantina e l'Atleta di Lisippo, che sono state trasferite al Getty Museum. La mossa italiana sembra essere stata ideata per dare un segnale a Salvatore Settis, docente universitario e presidente del consiglio nazionale per i beni culturali. La guerra culturale potrebbe avere conseguenze negative, come la chiusura di hotel e ristoranti statunitensi a Roma, e potrebbe anche influire sulla gestione delle opere d'arte in Italia.
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