II presidente a caccia dei soldi necessari a chiudere il bilancio: "Non so dove li troveremo" «DOVE li troveremo? Non lo so, i soldi, dove li troveremo». È mezzogiorno e Salvatore Cuffaro soffia la sua rabbia al telefono mentre corre in auto verso Punta Raisi. Lontano dall'Ars, dove è appena terminata la conferenza stampa dei parlamentari dell'Unione eletti in Sicilia, che hanno illustrato i benefici della Finanziaria nazionale. Lontano da quella stessa Assemblea dove sta per cominciare il cammino della Finanziaria regionale. Mai come quest'anno, nella storia recente della Regione, i due provvedimenti sono legati. In un solo, chiaro, senso: se da Roma non arrivano i soldi, a Palermo non si chiude il bilancio. Il governatore di Palazzo d'Orleans, che ormai da un paio di mesi urla a qualsiasi ora del dì allo «scippo» nei confronti della Sicilia da parte del governo Prodi, fa un'analisi che mischia amarezza, rabbia. Rassegnazione. Al centro di ogni suo discorso, in questo periodo, c'è l'articolo 101 che ormai conosce meglio delle preghiere apprese dai salesiani: quell'aumento della quota sanitaria a carico dell'Isola al quale Cuffaro, lo ammette, non sa proprio come fare fronte. «No, non c'è un piano alternativo. Avevamo già previsto tagli per un miliardo di euro, più di questo non so cosa possiamo fare. A questo punto, o ci restituiscono il maltolto o non possiamo chiudere il bilancio». Nei giorni scorsi il governatore ha accennato alla possibilità di dimettersi. «Non era una frase buttata lì: cosa può fare un presidente della Regione se non viene messo in condizione di amministrare?». Domande che restano lì, con il gusto della beffa: «Tutto quello che i deputati siciliani Dell'Unione sono riusciti a ottenere è una riduzione del contributo della Regione dal previsto 50 al 49,11 per cento in tre anni. Qualche milione di euro in meno, che ne facciamo? Spero che il Senato cancelli questo taglio. Me l'ha promesso Prodi, mi auguro sia di parola». Il viceministro diessino Capodicasa lo accusa di pensare solo alla sanità, di avere una sorta di pensiero fisso che non gli consente un giudizio sereno sulla Finanziaria. È vero o no che la Regione ha accumulato un deficit di un miliardo e mezzo di euro in tre anni, che non ha le carte in regola per battere cassa con il governo nazionale? «C'era un piano per il ripiano del deficit, concordato con il ministero della Salute. L'articolo 101 ha fatto saltare tutto. E poi non siamo mica la Regione più indebitata d'Italia: il Lazio, la Campania, la Puglia stanno messi peggio di noi». Quel che è certo è che la strategia finanziaria di Cuffaro non può prescindere dalla soluzione del problema Sanità. Quel miliardo è linfa vitale, per un bilancio sul quale già gravano i dubbi dei tecnici dell'Ars su entrate pari a 750 milioni, che dovrebbero derivare dalle dismissioni «incerte» dei beni regionali. Non è un caso che il presidente guardi con attenzione al bando per la gestione del patrimonio immobiliare curato da Enzo Emanuele, un «fedelissimo» di Cuffaro. Un business da 800 milioni che potrebbe rivelarsi un'ancora di salvezza. Ma non basterà mettere i gioielli della Regione all'asta, al presidente, se da Palazzo Madama non arriveranno segnali. Non basterà, anche perché in questo ultimo scorcio dell'anno scadono anche le cambiali firmate in campagna elettorale: la stabilizzazione di 12 mila lsu negli enti locali, prevista da una legge approvata ad aprile dall'Ars e messa in forse proprio dalla mancanza di liquidità. Ieri la giunta ha lanciato quasi un grido d'allarme alla ragioneria generale (ovvero, ancora ad Emanuele, diventato l'uomo chiave della burocrazia regionale), chiedendo «di porre in essere si legge in una nota dell'assessore al Lavoro Giuseppe Scalia ogni utile iniziativa al fine di consentire al governo di reperire le necessarie risorse». E il problema è nascosto proprio dietro quelle parole: «utili iniziative» non fa rima con «necessarie risorse». e. la.