L'archeologia "tutelare" italiana è ferma alla legge Bottai La legge Bottai e la familiarità con le nude pietre. Da tempo non passavo per la zona del Velabro; l'Arco di Giano, che segnava l'accesso al Foro Boario, e lo spazio della piazzetta circostante sono circondati da una cupa cancellata. Il divieto di accesso è particolarmente odioso perché la piazzetta è arredata con panchine di marmo e dotata di una fontana con vasca, per una efficace valorizzazione del monumento. La mia rinnovata curiosità verso l'Arco derivava dal fatto che un recente saggio (Attorno alla nuda pietra di Andreina Ricci) presenta in copertina la foto della piazzetta col monumento e la cancellata. A tale proposito il prof. Settis ha scritto: «La recente sistemazione dell'arco del Foro Boario comporta due livelli di intervento non solo incompatibili, ma ostili l'uno all'altro ... archeologi e architetti non si parlano ... Chi perde la battaglia è il cittadino comune, ma anche il monumento, affidato a una "tutela" di maniera che lo proietta in una dimensione inconoscibile». Il caso ha voluto che, passando lì davanti, il cancello fosse socchiuso: all'interno stavano riparando una tubatura. Notata la mia curiosità, una signora gentile che controllava l'intervento degli operai, mi dice: «E' un peccato sottrarre alla gente l'uso di un posto così bello... ma questo è una conseguenza dell'attentato mafioso di qualche anno fa ai monumenti di Roma e Firenze...». Ho faticato a capire le ragioni di sicurezza che hanno imposto la recinzione - anche lei stentava a capirlo - ma sono stato sollevato dal fatto di essere di fronte a un provvedimento provvisorio, deciso per causa di pubblica sicurezza, magari preso a caldo e poi reso definitivo per dimenticanza. Nulla a che vedere però con il sapere separato di archeologi e architetti che non si parlano. Questo esempio fuorviante indicato da Settis non macchia evidentemente la sua militanza di difensore della integrità dei beni archeologici, né fa considerare infondato il suo allarme sulla difficoltà di sviluppare progetti integrati tra archeologi-tutori e professionisti-valorizzatori Ma fa riflettere sugli strumenti oggi disponibili per una tutela non di maniera; e sul ruolo passivo che gli archeologi e i funzionari preposti alla tutela finiscono per assumere negli interventi di valorizzazione dei monumenti. Il lavoro dell'archeologo e i suoi poteri sono ancora ispirati alla legge Bottai del '39 (vedi L. Covatta, Il Riformista 101102); dopo aver sventrato i Fori con la spettacolare Via dell'Impero serviva una copertura scientifica per la retorica di eredi della Romanità. Oggi i frutti avvelenati di questa retorica sembrano riguardare solo striscioni ultras della Curva Sud (Gruppo XXI aprile, Roma Caput Mundi...), ma soprattutto grazie a quelle norme sopravvive il grande potere di interdizione dei sovrintendenti riguardo qualunque intervento "intrusivo" per l'integrità del bene. L'uso di quella legge ha consentito quasi sempre la tutela delle "nude pietre", ma sicuramente non ha giovato alla loro conoscenza e tanto meno allo sviluppo di una sensibilità e di una curiosità critica tra i cittadini. Si è arrivati così ad una certa sclerotizzazione dei ruoli e dei saperi, secondo una schema che vede da un lato i profanatori del tempio e dall'altro i difensori; e ciò risulta deleterio quando interferisce sul rapporto tra tutela e valorizzazione. La valorizzazione deve essere uno strumento per la conoscenza, non una minaccia alla tutela. Personalmente mi sono trovato a lavorare in diversi siti archeologici, per una valorizzazione dell'offerta: ho realizzato itinerari di visita serale a Pompei, a Paestum, ad Agrigento e spesso ho faticato a riannodare i fili di un lavoro condiviso con le Sovrintendenze. L'integrazione tra queste due attività (tutela e valorizzazione) è sostanzialmente affidata alla sensibilità dei singoli, ma gioverebbe senz'altro una riqualificazione dei ruoli, delle competenze, delle professionalità utili a far appassionare i cittadini alla conoscenza dei loro siti archeologici, della loro storia, della loro appartenenza. I suggerimenti sul metodo di lavoro espressi dall'archeologa Ricci (Attorno alle nuda pietra) vanno nella stessa direzione e potrebbero ispirare una sorta di codice deontologico. Lei sostiene che il frammento archeologico, la rovina, il rudere hanno valore in rapporto all'utilizzazione che ne faranno i visitatori: spesso appaiono come corpi estranei, illeggibili, incomprensibili. Il progetto archeologico deve fare una "traduzione" (come se si trattasse di un testo letterario da far conoscere a lettori di un'altra lingua) e deve costruire un "racconto", per illustrare i passaggi attraverso cui l'archeologo ha ricostruito i suoi dati, o magari non è riuscito a colmare le sue lacune. Due esempi di archeologia offerta ai visitatori, una "tradotta" e "raccontata", l'altra proposta in una lingua sconosciuta. Il primo riguarda la formidabile Galleria Lapidaria, che passa sotto la piazza del Campidoglio, e raccoglie ceppi e targhe delle più significative iscrizioni epigrafiche dei Musei Capitolini; il visitatore è attratto da qualcosa di familiare, le insegne di due millenni fa. Questa è la targa del dentista, quello è il cartello stradale, lì dovevi andare se ti serviva un avvocato... Il tutto ben ordinato, ben allestito, ben illuminato, accompagnato da piacevoli sonorità musicali. Il secondo esempio è un altro sottosuolo, il piano interrato della Stazione Termini, offre ai passanti un tratto della cinta muraria più antica, messo in luce dai lavori di ristrutturazione; su di una elegante targa in marmo si legge questa scritta esplicativa: «Muro di controscarpa dell'aggere serviano». Beni archeologici "tradotti" e "raccontati" costituirebbero una grande novità, uno strumento formidabile per gli interventi di valorizzazione di architetti, urbanisti, ambientalisti, uomini di spettacolo, amministratori; il mestiere di valorizzatore, in questa luce, potrebbe ricevere una più chiara attribuzione di competenze. Le valorizzazioni, nell'attuale situazione, costituiscono un elemento di ambiguità, acuito oltre tutto dal loro affidamento alla competenza regionale. Sembrano essere soprattutto rivolte alla realizzazione di spettacoli nella cornice scenografica di prestigiosi siti archeologici, con tutto l'inevitabile corredo di polemiche pro e contro. Si fa fatica a capire che lo spettacolo è lì, non occorre importarlo, è lo spettacolo della storia che, una volta tradotto dall"'archeologese", va raccontato e illustrato con gli strumenti di comunicazione adatti a soddisfare le aspettative di chi sceglie i documentari storici al posto dei reality-show, o che fa la fila all'Audito-rium per una lezione su Ottaviano. Sarebbe una rivoluzione copernicana ridisegnare una normativa democratica. Dalle nude pietre potrebbero prendere forma storie di abitudini quotidiane, vicende di rapporti col potere, racconti di lotta per la sopravvivenza, un bagaglio tale da rendercele più vicine, senza ricorrere alla retorica delle "prestigiose vestigia" di un passato che resta fuori dalla vita.