È l'edificio austroungarico più importante del Trentino Sarà abbattuto per fare spazio a un nuovo complesso Partiamo da un aneddoto e da una lieta fine per arrivare alla realtà e a un'amara conclusione. Siamo alla fine dell'Ottocento. Sono appena stati terminati i lavori della costruzione del nuovo complesso del Palazzo di Giustizia e delle Carceri in via Pilati. Il «vecchio» carcere, quello che insisteva nella Torre Vanga, non serve più. Un cittadino, dalle colonne di un quotidiano dell'epoca apre un dibattito che ai nostri giorni può sembrare pazzesco: propone di «abbattere» la Torre Vanga perché «adesso che sono state costruite le nuove carceri quell'edificio ingombrante non ha più senso di esistere». Chissà per quale ragione - forse per mancanza di soldi o forse per reale sensibilità conservativa -la proposta rimase solo sulla carta e oggi possiamo godere delle presenza di Torre Vanga. Veniamo ora alla realtà. Oggi stiamo vivendo quello stesso passaggio storico, ma non stiamo dimostrando quella stessa sensibilità. 0 forse abbiamo semplicemente più soldi. Sta di fatto che nei prossimi anni verrà costruito il nuovo carcere. E quello in via Pilati, che «non serve più», verrà abbattuto per fare posto alle pertinenze dell'ampliamento del nuovo Palazzo di Giustizia che sorgerà a est dell'attuale complesso monumentale. Questo, perché il Palazzo di Giustizia è un monumento protetto da una determina provinciale di vincolo artistico e monumentale. Mentre le carceri, pur essendo parte di uno stesso blocco architettonico progettato e costruito unitariamente, non sono state vincolate e - in conseguenza anche alle scelte architettoniche del progetto vincitore al concorso indetto qualche anno fa per la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia-verranno presto abbattute. E questa è l'amara conclusione. Tutto cominciò a metà Ottocento La storia del Palazzo di Giustizia di Trento e delle sue carceri è stata ricostruita in un documento redatto nel 2003 dall'architetto Luca Beltrami (con la collaborazione di Massimo Martignoni e Annamaria Saloni) su commissione del Progetto speciale grandi opere della Provincia autonoma di Trento. Si tratta di una storia affascinante, disvelata nell'Archivio comunale storico di Trento dove sono conservati i disegni e i documenti originali di quello che è sicuramente l'investimento più importante e significativo del dominio Asburgo in Trentino. A partire da metà dell'Ottocento le due principali città del Tiralo di lingua italiana (Trento e Rovereto) furono interessate da ampie trasformazioni urbanistiche, con l'apertura di nuove vie, l'erezione di edifici pubblici (stazione ferroviaria, ospedale, tribunale, scuola, edifici postali) finanche la costruzione di interi quartieri. Nella gran parte dei casi, sfruttando l'efficienza dell'impianto burocratico-centralista asburgo - la progettazione veniva fatta direttamente a Vienna. Questo senza causare problemi di linguaggio formale, trattandosi di edifici caratterizzati da un repertorio stilistico classico-rinascimentale in uso in tutta Europa. Per quanto riguarda la costruzione del Palazzo di Giustizia e del complesso carcerario, gli eventi prendono avvio nel 1858 quando cominciano le corrispondenze tra l'amministrazione centrale viennese e il municipio di Trento. Ma è solo nel 1871, con la realizzazione di un comparto urbanistico nella zona «madruzziana» (le attuali via Pilati, via Barbacovi e via Grazioli), che l'idea diventa finalmente praticabile. Dopo aver acquisito le aree dai privati l'amministrazione pubblica conferisce all'architetto trentino Ignazio Liberi il compito di redigere il progetto. Ma dopo alcune vicissitudini burocratiche, l'ipotesi di Liberi viene abbandonata e l'amministrazione austriaca decide di sostituirla con un nuovo progetto redatto direttamente dal dipartimento delle fabbriche del ministero di Vienna con la progettazione architettonica delle carceri dell'architetto Karl Scha-denz. Nel maggio 1877, partono effettivamente i lavori per la fabbrica del nuovo palazzo di Giustizia con l'annesso istituto carcerario. Si aprì una cava in località Laste I lavori di costruzioni vennero terminati verso il 1881. Di quella data, oltre che l'epigrafe commemorativa presente nell'edicola d'ingresso dell'edificio, è rimasta anche una fotografia della facciata dell'«Imperial Regio Tribunale di Trento» scattata da Giovan Battista Unterve-ger. Anche da altre foto si può desumere che il manufatto risulti costituito da due grandi complessi, separati nelle funzioni ma uniti nell'architettura: il Palazzo di Giustizia e il complesso carcerario. Anche i disegni di progetto dimostrano che si tratta di un «unicum» di grande pregio architettonico. Tutte le parti murarie sono realizzate con pietrame squadrato delle dimensioni fino a 120 centimetri provenienti da una cava appositamente aperta (ed esaurita alla fine dell'opera) in località Laste, sulla collina a est di Trento. A partire da questa configurazione l'aspetto architettonico subisce alcune successive modificazioni: le più significative avvengono nel 1922, quando dietro un progetto dell'architetto Natale Tommasi l'edificio del Tribunale venne alzato di un piano lungo le ali laterali, e negli anni Sessanta. In quest'ultimo periodo ebbe luogo l'opera più significativa di tutte: la demolizione totale dell'edificio che ospitava una splendida Corte d'assise, posto ad est della corte del Palazzo di Giustizia. In suo luogo, nel 1966, fu eseguito un anonimo edificio che oggi ospita la Procura della Repubblica. Ma la modificazione più devastante ha ancora da venire. Come già detto, nei prossimi anni il complesso delle carceri verrà completamente abbattuto per fare posto al progetto dell'architetto Pierluigi Nicolin di Milano, risultato vincitore al concorso indetto dalla Provincia nel 2003. Il progetto, non per colpa dei progettisti ma per indicazioni concorsuali, prevede la totale demolizione del complesso e la costruzione di nuove ali che andranno ad affacciarsi sulla nuova piazza prevista sul margine est del lotto. Sarà una perdita gravissima, perché verrà irrimediabilmente mutilato il complesso architettonico austroungarico più importante del Trentino e uno dei più interessanti d'Italia. L'architetto Luca Beltrami: grave perdita la demolizione «Quella costruzione si poteva salvare» Sono dispiaciuto che il bando di concorso escluda chiaramente la possibilità di conservare o quanto meno di recuperare parzialmente il complesso delle carceri. La demolizione radicale di questo manufatto sarà una grave perdita per il nostro patrimonio architettonico». Con queste parole, il giorno della presentazione del concorso internazionale di progettazione del nuovo polo giudiziario a Trento, lui aveva provato a dirlo. Ed era stato preso come un guastafeste. Eppure lui, l'architetto Luca Beltrami, non aveva parlato solo come intellettuale ma anche come professionista incaricato dall'ente banditore del concorso (la Provincia di Trento) di eseguire una studio storico sull'edificio del Tribunale e delle complesso carcerario. E con grande sorpresa da quello studio aveva capito che i due complessi non erano il frutto di interventi diversi - come si pensava e si pensa tutt'ora - ma il frutto di uno straordinario, unico intervento architettonico. Architetto Beltrami, come mai siamo arrivati a questa situazione? «Istintivamente mi viene da rispondere che sotto il profilo burocratico è più semplice stabilire un vincolo conservativo su un piccolo manufatto con poche esigenze da parte del committente che a uno grande, ma nel quale sono in gioco notevoli richieste funzionali e investimenti economici. Per il complesso delle carceri nella realtà la questione è stata più complessa e articolata; siamo arrivati a questo punto attraverso una serie di circostanze; io ne trovo sicuramente tre. La prima parte ancora prima del 2001, anno dello svincolo di "tutela storico-artistica". È stato da sempre luogo comune considerare le carceri un manufatto a se stante, realizzato verso gli anni Venti, attribuendolo forse all'architetto Natale Tommasi, in "aggiunta" al corpo del Palazzo di Giustizia che venne costruito molto prima in epoca austro-ungarica. Per cui al tempo non vi era stata molta attenzione e interesse culturale per esplorare la vicenda storica dell'intero complesso. La sua datazione e valenza architettonica era ormai data per certa. In sostanza c'è' stata una valu-tazione errata, priva di sostegni documen-tari approfonditi». La seconda circostanza? «Riguarda le esigenze funzionali che i nuovi uffici giudiziari richiedevano. Per il concorso internazionale, la Provincia e i suoi consulenti hanno dovuto redigere un programma dalle enormi complessità organizzative. Va da sé che avere a disposizione un'area libera da qualsiasi vincolo fisico poteva essere la migliore condizione per progettare ex novo secondo gli standard richiesti». Ci possono essere anche relazioni di tipo culturale o emotivo? «È probabile. La terza vicenda riguarda proprio l'aspetto emotivo che, a mio parere, può aver influenzato inconsciamente la scelta alla demolizione. Per la collettività le carceri rappresentano un luogo torbido e fastidioso dove si sono consumate tragedie umane; è naturale quindi pensare alla sua eliminazione fisica, perché solo così si crede di rimuovere il dolore che provocherebbe ancora la sua presenza. Se invece proviamo a superare razionalmente l'emotività ci accorgiamo che la storia del passato, rappresentata soprattutto dall'architettura, ha una funzione culturale fondamentale per la vita. In particolare il periodo asburgico ha segnato una tappa importate per la evoluzione sociale trentina». Perché non costruire il nuovo Tribunale conservando l'edificio delle carceri? «Anche il corpo delle carceri con il suo impianto distributivo razionale "tripartito ad E", dotato di elementi di pregio architettonico, poteva essere benissimo recuperato per le nuove esigenze funzionali». A.F.