Il ministro Giuliano Urbani è venuto a Firenze, e ha presentato il progetto per i Nuovi Uffizi. Saranno pronti entro il 2006. E fin qui, niente di particolare: a varie scadenze, i fiorentini sono stati per così dire informati del progresso dei lavori, ed è un dato di fatto che le scadenze sono state fin qui sostanzialmente disattese. Sto meramente constatando quanto il nostro Paese si dimostri incapace di puntare efficacemente sui grandi progetti ritenuti prioritari, tanto da condurli a realizzazione nei tempi auspicabili. Se davvero entro tre anni avremo i Nuovi Uffizi, dunque, non potremo che essere contenti tutti quanti. Urbani però ha detto un'altra cosa di straordinario rilievo, e non solo per gli Uffizi. Ha detto che il Governo sta provvedendo ad una riforma del sistema, che condurrà gli attuali "poli museali" (un'eredità dei governi di centrosinistra sulla quale alcune fra le migliori teste pensanti del Paese, cito per tutte quella di Salvatore Settis, si sono espresse in maniera fortemente contraria) a trasformarsi in fondazioni. Se ne aveva sentore da un bel po'; ma ecco che il ministro l'ha confermato esplicitamente. E allora c'è da domandarsi che cosa stia a significare un'innovazione di questa natura. Per Urbani, che fin qui non ha dato l'impressione di avere studiato le problematiche dei beni culturali tanto da aver maturato un proprio progetto e una linea di condotta scelta quale elemento caratterizzante la propria azione di governo, «lo strumento della fondazione» risulta «obbligato per migliorare la collaborazione fra Stato e governi territoriali e per trovare le risorse aggiuntive, così da rafforzare le singole realtà museali». E qui bisogna, dire con molta chiarezza che non si capisce proprio, e vorrei che Urbani lo spiegasse se ne è capace, per quale mai ragione la prima delle due finalità dovrebbe esser realizzata grazie alla magica creazione delle fondazioni. La storia passata e recente del Ministero per i Beni Culturali è segnata da idee centralistiche immarcescibili, con precise inadempienze nei confronti delle leggi sul decentramento, e la demolizione (e questa appartiene al Governo attuale) degli organismi rappresentativi al cui interno si doveva svolgere, in mancanza dì deleghe eo trasferimenti di poteri, almeno il dialogo con le istituzioni territoriali. Va anche detto che alle fondazioni sembra credere anche il Presidente della Regione Toscana Martini, quando, come recentissimamente in una lettera al Sole-24 Ore della scorsa domenica, le menziona fra le soluzioni del problema rapporto Stato-Regioni tali da coinvolgere quest'ultime. E qui passiamo alla seconda finalità: ci vuole una buona dose di ingenuità e di ignoranza delle condizioni reali nelle quali i musei, in tutto il mondo, affrontano le difficoltà di finanziamento, per credere che sia uno strumento a fornire soluzioni ad una questione che richiede preliminarmente una cosa sola: un impegno politico a che nel nostro Paese i beni culturali trovino infine l'attenzione e l'impegno che loro compete. Attendiamo ulteriori specificazioni sui modi di realizzazione delle fondazioni per i grandi musei, sulla quota parte che resterebbe allo Stato, eccetera; e lamentiamo che un Ministro getti irresponsabilmente un sasso del genere nello stagno senza dire qualcosa di più concreto sui suoi intendimenti (evidentemente non è in condizioni di farlo). Ma pensare che i privati vorranno farsi carico dei costi senza che la loro presenza provochi un profondo snaturamento dell'identità storico-culturale del museo, è un'illusione. In ogni caso, questa ulteriore e definitiva separazione dei grandi musei dal contesto entro il quale sono nati e si sono sviluppati (a Firenze, non esiste un'identità Uffizi diversa da quella di Pitti e della Galleria dell'Accademia e dagli altri musei cittadini fra i quali si è distribuita l'eredità medicea ed "ulteriori accessioni") assesta un colpo definitivo e irreparabile a secoli e secoli di gloriosa tradizione.