Sarà nella Sala Anziani di Palazzo Moroni, sede del Municipio, a Padova, che domani alle 20.45 verrà presentato il libro dato alle stampe con Spirali da Roberto Cecchi, direttore generale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Il volume, "I beni culturali. Testimonianza materiale di civiltà" darà luogo ad un dibattito cui parteciperanno Monica Balbinot, Davide Banzato, Giuseppe Cappochin, Ruggero Chinaglia, Pasquale Bruno Malara, Ruggero Chinaglia, Ornar Monestier e Armando Vermiglione Basta possedere una discreta conoscenza della storia dell'arte e un poco di coscienza per il patrimonio storico per leggersi il libro di Roberto Cecchi «I beni culturali. Testimonianza materiale di civiltà» con beata avidità. Cecchi, fiorentino, grande esperto di restauro architettonico, è attualmente direttore generale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ma è stato soprintendente in varie città italiane, tra cui Venezia. Ha scritto questo libro per fare il punto e ridare la sveglia: le tematiche sono scottanti, le risorse scarse e la consapevolezza estrema. Cecchi riparte dal buon lavoro d'indagine e d'impostazione realizzato dalla commissione presieduta dall'on. Francesco Franceschini che nel 1967 impostò le linee guida «Per la salvezza dei beni culturali in Italia». Tre volumi e 2500 pagine che quarant'anni fa stabilirono i criteri teorici e pratici per mantenere in vita le testimonianze che arrivano a noi dal passato sottoforma di monumento ma anche come reperto, come libro o carta d'archivio e persino come paesaggio. E' l'insieme dunque che va considerato e salvaguardato. Il documento è un bene in sé oltre ad essere assai utile alla tutela del monumento, magari come scatola nera che ne rivela qualche prezioso segreto. In altre parole i contenuti di quella relazione e lo stesso libro di Cecchi trasformano l'emozione romantica dell'affioramento da scavo in un protocollo d'intenti e di procedure che tentano di offrire il meglio di ciò che è concretamente possibile fare oggi. Il tutto esposto con grande passione e competenza, ma senza un filo di utopia e tanto meno di illusione. Cecchi fa tesoro della sua lunga esperienza per marcare a vista tanto il merito che il disdoro degli attori in gioco sulla scena della conservazione e del restauro. Il racconto di come stanno le cose è fiorito di esempi che all'autore certo non mancano, a partire dalle prime esperienze di giovane funzionario alle prese con il drammatico passaggio dall'entusiasmo scientifico della ricerca ai dolori del cantiere «quando ti trovi con committenti e imprese a sostenere che è la materialità della fabbrica a dover essere conservata». Difficile, a volte impossibile, tener testa a burocrazie sospette, parroci sbrigativi e a maestranze pronte a sostituire col marmo di giornata le antiche pietre. A quarantanni dalle linee della relazione Franceschini la riflessione, pur amabile e dotta, procede a gincana tra rammarico e sollievo senza tuttavia mai cedere allo scoramento. Alla prima specie appartiene l'errore di aver scorporato nel 1976 la tutela del territorio dal patrimonio culturale, sottraendolo al controllo delle soprintendenze e consegnando la materia del paesaggio agli enti locali; materia che solo con l'ultima legge di settore del 2004 è stata ricondotta all'interno del «patrimonio culturale». Alla seconda specie vanno ricondotte la promulgazione della Carta del Restauro nel 1972 e l'emanazione di misure sulla protezione del patrimonio archeologico nel 1975. In verità molte cose sono cambiate dai misfatti urbani del secolo scorso, anche grazie al diffondersi vigile e intraprendente di una cultura della tutela: «le devastazioni inferte al patrimonio storico artistico di cui è testimone la commissione Franceschini non hanno più la portata di quello che si osservava allora. Ci sono episodi di disattenzione, ma sono circoscritti, sono casi singoli, non c'è la minaccia che interi centri storici vengano demoliti com'era accaduto in passato». Com'è accaduto a Padova, ad esempio, negli anni Venti con l'abbattimento del quartiere medievale di S. Lucia per far posto a Piazza Insurrezione, e tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta con l'interramento del naviglio e l'abbattimento del quartiere medievale Conciapelli e delle mura medievali in centro storico rase al suolo per edificare condomini e negozi di basso profilo architettonico ma di lauta rendita immobiliare ()