I dubbi di Berlino: Restituire o no le opere agli eredi degli ebrei? Il primo fu un disegno di Van Gogh, andato all'asta a Londra nel 1994 per conto di una famiglia ebrea di origine tedesca che ne aveva ottenuto la restituzione. Sembrava un caso isolato. Era l'annuncio di una valanga. Ora sono cento, i quadri in possesso di musei tedeschi la cui origine porta il marchio della forzata vendita per la pressione delle leggi razziali. La grande borghesia ebraica aveva mostrato un gusto squisito e molto moderno nel comprare opere d'arte: collezionava impressionisti e espressionisti. Cominciò a vendere a metà degli anni 30, a un prezzo non sempre equo. Per questo oggi gli eredi di quelle famiglie chiedono giustizia, appellandosi al «Washington Act», un accordo internazionale firmato nel 1998 da 44 Stati, che al centro ha la promessa di una «soluzione giusta e corretta per tutte le persone coinvolte». I musei tedeschi sono allarmati. In estate la National Gallery di Londra ha comprato all'asta per quasi due milioni di euro "Un pomeriggio alle Tuileries" di Adolf Menzel, che stava al Museo statale di Dresda, per anni al centro di un'aspra battaglia legale: per il curatore il prezzo pagato nel 1935 era corretto, per gli avvocati dell'erede no. Alla fine decise il ministro della Cultura della Sassonia: per motivi morali, più che per ragioni legali. All'inizio di novembre, un altro caso ambiguo: Ronald Lauder, figlio della regina dei cosmetici Estée Lauder, compra a New York per 38 milioni di euro "Scena di piazza a Berlino" dell'espressionista Ernst Ludwig Kirchner: apparteneva al Bruecke Museum di Berlino, ma mancava la prova che la cifra pattuita - incontestabilmente congrua - fosse stata versata. In estate, Lauder aveva già comprato per 105 milioni uno dei due Ritratti di Adele Bloch-Bauer di Klimt che il Museo di Vienna aveva dovuto restituire. Ora il governo tedesco, preoccupato per questa emorragia di capolavori che considera «patrimonio nazionale», si sta muovendo. Lunedì c'è stato un «vertice di crisi» alla cancelleria con il sottosegretario alla Cultura e i direttori dei dodici musei oggi in causa con famiglie ebree, per trovare una strategia comune. Non contro il diritto alla restituzione - «la Germania riconosce la sua responsabilità morale» - ma contro la macchina da guerra messa in campo da un gruppo di avvocati-detective, che cercano sul mercato le opere che hanno una storia sospetta, risalgono agli eredi dei collezionisti, offrono il patrocinio gratuito e incassano alla vendita percentuali che vanno dal 20 al 40. I musei non hanno i mezzi né il personale per controbattere, finora solo il Museo d'arte di Hannover ha assunto una specialista in ricerche storiche per difendere le sue collezioni. Ma anche lei, a un passo dal successo, in tre casi si è dovuta fermare: non c'erano i soldi per andare a cercare le prove ultime in America.