Ma per la Corte dei Conti non è svendita di patrimonio. La prima indagine sugli effetti del codice Urbani assolve la riforma Non è stato venduto il Colosseo e non c'è stato neanche il tanto temuto sacco del patrimonio culturale italiano. A due anni dall'applicazione del codice Urbani, però, quasi 900 immobili e palazzi di interesse culturale sono stati autorizzati alla vendita. Il dato emerge dall'analisi condotta dalla Corte dei conti sullo stato d'attuazione della legge voluta nel 2004 dall'ex ministro, che stabilisce ope legis la recensione di tutti i beni ritenuti d'interesse culturale, per «garantire la loro migliore tutela e valorizzazione» e soprattutto, «laddove consentito, l'alienazione». In questi due anni i beni immobili passati al setaccio dall'amministrazione sono stati oltre 10 mila. I magistrati contabili ritengono, del resto, che sia un dato sottostimato vista «l'entità presunta del patrimonio culturale immobile», circa 500 mila beni, e «la carenza di organico» in cui lavorano gli uffici preposti alla verifica. Di questi beni, il 57 è stato definito «non di interesse culturale». E qui la Corte sostiene al validità della legge che ha permesso di superare la «presunzione di culturalità» che aleggiava prima su tutti gli immobili non contemporanei. Fino al codice Urbani, in effetti, le normative erano strettissime e la presunzione di valore storico si estendeva a tutti gli immobili realizzati da oltre 50 anni il cui costruttore fosse morto. Dopo i riconoscimenti la Corte ha distribuito però anche bacchettate: «non è ipotizzabile che la verifica possa essere lasciata alla sola iniziativa dei soggetti detentori dei beni», sostiene la Corte, secondo la quale bisognerebbe imporre al ministero di «provvedere d'ufficio» a questo compito. Infatti per quanto riguarda il patrimonio dei beni mobili la Corte ritiene che le sue reali dimensione «non siano conosciute» e quindi l'azione di verifica sia stata addirittura «meno incisiva» rispetto a quella dei beni immobili. Risultano monitorati solo 742 beni, tra quadri, sculture e pezzi d'arredamento ecc. e di questi ben 630 nel solo Piemonte. Tra le cause sicuramente il ritardo con cui il ministero ha indicato le modalità per segnalare le richieste di verifica; nel giugno 2005 il procedimento di verifica è stato attuato in tre regioni in via sperimentale, e solo a settembre di questo anno su tutto il territorio nazionale. Nell'ombra risultano anche i beni immobili del ministero della difesa: non sono stati ancora redatti gli elenchi del demanio militare. Si giustificano i vertici militari che i «ritardi» nell'adempimento della legge vanno ricercati «nelle esigenze di segretezza di alcune tipologie di immobili». Insomma la sicurezza nazionale impone che non si possano divulgare «i dati descrittivi» e pertanto la valutazione va a farsi benedire. Tra i beni destinatali della valutazione anche quelli degli enti religiosi. Dal marzo 2006 però il ministero guidato da Francesco Rutelli e la Cei non hanno ancora rinnovato l'accordo per l'applicazione del codice. Il precedente accordo stipulato nel marzo del 2005, aveva solo una valenza provvisoria di un anno.
Messi già sul mercato 900 palazzi storici
La Corte dei Conti ha condotto un'analisi sull'attuazione del codice Urbani, che stabilisce l'alienazione di beni immobili di interesse culturale. In due anni, sono stati autorizzati alla vendita oltre 900 immobili, tra cui 57 definiti non di interesse culturale. La Corte sostiene la validità della legge, ma critica la mancanza di organico e la carenza di verifica dei beni immobili. I beni mobili sono stati monitorati solo 742, tra cui 630 nel Piemonte. Il ministero della difesa non ha ancora redatto gli elenchi del demanio militare. La Corte critica anche il ritardo nell'applicazione della legge, che è stato influenzato dalle esigenze di segretezza.
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