No all' "usa e getta" Dopo il Codice da Vinci, anzi, contro certo esoterismo sulle opere d'arte, in particolare il far west dei prestiti, ovvero contro il logorio delle mostre moderne sparse per tutta la penisola e il mondo, arriva il "codice Rutelli" Al centro, non la Gioconda confusamente analizzata da Dan Brown - e d'altronde è un falso storico-ideologico che l'opera di Leonardo Da Vinci, al Louvre, madre di tutte le opere intoccabili, sia rivendicatale dall'Italia - ma una serie di opere che non possono venire spostate. Soprattutto quelle su legno, supporto più deperibile e soggetto a "malanni" rispetto alla tela dei veneziani. In realtà, le opere "off limits" saranno nell'ordine di qualche decina scarsa, ha rassicurato Andrea Emiliani, presidente della Commissione prestiti voluta da Rutelli per stabilire le linee guida per il prestito delle opere d'arte italiana. È la prima volta che al ministero dei Beni culturali si cerca di regolare quello che negli ultimi anni è diventato un flagello "beneculturale", ossia il transitare di opere d'arte italiane destinate a mostre spesso anche last minute, cioè organizzate anche in un paio di mesi, altre organizzate a latitudini impegnative, come il Caravaggjo in Giappone, costringendo gran parte del patrimonio italiano ad un "pendolarismo" interno ed estero che lascia sguarniti i musei o le gallerie statali di appartenenza. La Commissione prestiti è composta da esperti di vari settore, tutti con esperienze sul campo - dal restauro alle sovrintendenze - e chiari profili scientifici: Cristina Acidini, sovrintendente del Polo Museale Fiorentino; il restauratore Carlo Giantomassi; Paolo Liverani dell'Università di Firenze; Massimo Montella dell'Università di Macerata; Gianni Romano dell'Università di Torino; Michele Trimarchi dell'Università di Catanzaro e Massimo Vitta Zelman, presidente di Skira. Le linee-guida sono quattro: la normalità, poiché l'attività di scambio deve essere considerata ordinaria e finalizzata all'accrescimento della qualità dell'offerta culturale. Il secondo principio è la sostenibilità: sancisce che l'attività di scambio debba comportare un beneficio netto per il sistema culturale, motivo per cui è ritenuto necessario valutare la perdita derivante per l'istituto prestatore confrontandola con il beneficio di chi ottiene il prestito. Il terzo punto riguarda la qualità garantita della mostra in questione (tra i vari criteri, oltre ai requisisti scientifici della curatela, anche quello temporale: le richieste devono avvenire 12 mesi prima dell'inizio della manifestazione). La quarta linea-guida è rappresentata dalla «ricaduta», cioè l'accertamento di benefici materiali, immateriali, culturali e identitari derivanti dal prestito. Il "codice" ha un duplice intento. Innanzitutto quello di evitare i contenziosi in un campo senza regole chiare, come è avvenuto recentemente per il Cristo morto del Mantegna, della Pinacoteca di Brera - un'istituzione in crisi da tempo - richiesto da Mantova per una retrospettiva a cinque anni di distanza da un precedente prestito della stessa celeberrima opera. Sui giornali successe di tutto, con star assoluta Vittorio Sgarbi, neo-assessore alla Cultura di Milano ma anche presidente del Comitato nazionale per la celebrazione dell'anniversario del Mantegna. Sgarbi, con toni parossistici, si è scagliato contro Brera («inviamo le truppe in Libano ma prestiamo le opere in Italia»), Brera ha attaccato Mantova, Sgarbi ha chiesto l'intervento di Rutelli, poi l'ha criticato, e il ministro ha mediato, con una specie di arbitrato affidato a due inviati dell'Istituto centrale del restauro. Alla fine l'ha spuntata Sgarbi, l'opera era in condizioni che non ne impedivano il viaggio e l'esposizione a Mantova, anche se per un numero di giorni limitato. Ora, con questo "codice" che a breve dovrebbe tradursi in decreto ministeriale, non dovrebbero più ripetersi questi assalti all'arma mediaticamente bianca sui Beni culturali, come fossero diligenze nel far west americano. Senza però, per rimanere alla metafora western, trasformare i musei in riserve indiane, ma anzi, stimolarli a tornare ad essere parte attiva, e non passiva, del sistema culturale italiano. Con buona pace dei tardo-marinettiani che volevano allagarli, il futuro dell'Italia è nella capacità di aprire i musei alla vita. I1 secondo obiettivo del "codice" è quello di contrastare l'overdose di mostre che stanno sbilanciando il sistema culturale italiano a favore di quelle organizzate per lo più da agenzie private, con ottiche commerciali più che di ricerca scientifica. Le opere celebri vengono corteggiate e usate come vedette, ha detto Rutelli, mentre rimane in secondo piano l'occasione di riflessione critica e storica sull'evento. Inoltre, queste mostre vengono spesso organizzate in pochi mesi, «una specie di eiaculatio precox», ha detto Emiliani, con il suo accento bolognese: «Ricordo che io ho conosciuto il mio maestro Longhi ad una mostra milanese su Caravaggio del 1952, una mostra che ha fatto scuola e prodotto molta letteratura scientifica sull'arte».