Sempre più spesso avviene che la politica non dialoghi più con l'architettura. Le conseguenze sono, da una parte, un governo del territorio appiattito sulle logiche del mercato e, dall'altra, il permanere dell'intreccio tra affari-politica-architettura che confonde il risultato del progetto di architettura, inteso come sintesi di un processo, con il manufatto edilizio costruito dai più spregiudicati immobiliaristi che producono la non città, ovvero un insieme di oggetti edilizi che non contribuiscono alla ricucitura dello spazio urbano ma a formare sacche di occupazione quantitativa e non qualitativa del suolo. Quale contributo può fornire l'architetto nel definire l'idea di città? Gli ultimi anni hanno evidenziato una doppia crisi: in primis, quella urbanistica ossia l'incapacità di regolamentare l'uso del territorio attraverso una normativa che limiti l'espansione incontrollata. La seconda causa va ricercata nella debolezza dell'architetto nei confronti del committente in termini di incidenza sulla qualità formale e costruttiva delle opere realizzate. L'assenza di una visione a largo raggio pone la politica in una condizione di mediocrità culturale a cui l'architetto, con i suoi strumenti, deve sopperire. E' il caso dell'Affresco che Renzo Piano regala alla sua città, Genova, dove immagina lo sviluppo urbano tra un decennio e oltre, ipotizzando uno scenario futuro. All'interno di esso prevede grandi cambiamenti funzionali che ridisegnano completamente l'immagine della città, evidenziando così il ruolo dell'architetto nel definire un progetto politico di città L'inesistenza di una cultura politica che sappia immaginare il futuro delle nostre città è un virus che colpisce tutte le realtà metropolitane: Milano, Torino, Bologna, Firenze, Venezia, Napoli... In questa direzione si pone il convegno che apre domani e prosegue fino giovedì 23 alla Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno, Università di Camerino, dal titolo "Architettura e Politica. Progetto e pensiero critico" promosso da Umberto Cao, Massimo Dardi e Gabriele Mastrigli. Il progetto ritorna ad essere centrale nel dibattito soprattutto quando molte città europee (Berlino, Barcellona, Genova, Iille) hanno strutturato le loro politiche urbane su eventi storici, dalla caduta del muro (Berlino) al recupero del fronte mare (Barcellona e Genova), generando forti cambiamenti sociali come la riconquista di spazi privati e militarizzati riconvertiti in spazi pubblici. Le città negli ultimi vent'anni hanno avuto, a causa delle dismissioni militariindustriali, una porzione notevole dei propri tenitori da rifunzionalizzare: abbiamo assistito, così, alla proliferazione di nuove architetture firmate dai più famosi architetti globali. Architetture identificate come icone in grado di attirare turisti, com'è accaduto per il Guggenheim Bilbao, grandi segni che connotano il paesaggio senza però essere necessari, denotando una scarsa attenzione da parte della politica alle problematiche sociali. Allora quale vocazione per la città? Turistica? Industriale? Finora la confusione della politica non ha permesso di individuare tipologie di città. Le grandi opere pubbliche hanno però consentito profonde trasformazioni economiche, sociali e culturali in cui l'architetto è stato l'attore protagonista del cambiamento. La crisi dell'architettura e della politica si evidenzia di più quando intervengono cambi di scala ovvero nel caso di città di mediepiccole dimensioni che costituiscono l'ossatura del nostro paese e in cui l'assenza di risorse umane, culturali ed economiche determina una differenza notevole soprattutto nei risultati conseguiti. Come afferma Ernesto Nathan Rogers «crisi è la rottura-rivoluzione, cioè il momento di discontinuità dovuto all'influenza di fattori nuovi, non reperibili nei momenti precedenti se non come contrari a quelli che scaturiscono, per opposizione, dall'impellente esigenza di novità sostanziali». Allora dalla crisi può forse nascere quel cambiamento che ridimensioni l'atteggiamento degli architetti troppo proni ai costruttori, e quella sufficienza con la quale i politici governano il territorio, ossia concependolo come uno spazio di scambi che alimentino solo l'incremento di potere delle lobbies. Altrimenti la situazione è talmente incancrenita che risulta difficile comprendere da quale parte agire. Da un lato l'urbanistica ha fallito la sua missione in quanto è il mercato che determina le scelte; e l'architetto da solo non può cambiare la società (anche se negli anni settanta gli architetti tentarono di concepire, attraverso gli insediamenti residenziali pubblici, un progetto politico di città realizzato solo in parte a causa di una società ancora immatura per accoglierlo). Solo una profonda rivoluzione culturale basata sulla riflessione teorica, finalizzata alla costruzione di un'idea di città, al cui centro ponga il progetto come atto politico e come atto architettonico, può salvare l'architettura e la città stessa.