Diventerà un hotel a cinque stelle lo storico palazzo in cui abitò il fondatore del Pcì Rifondazione e Celi sulla stessa linea: cifra irrisoria. Il sindaco:dibattito schizofrenico QUESTIONE DI PREZZO Vattimo: mi dispiace, ma non è il Colosseo Basta lotte ideologiche, è questione di prezzo TORINO L'ortolano con bancarella davanti al palazzo è di buon umore: «La casa di Gramsci? E' questa, ma guardi che è da un po' che non ci abita più». Nascosta tra le impalcature, c'è pure la targa appesa alla facciata: «Qui Antonio Gramsci abitò negli anni 1919-1921 nelle lotte operaie contro l'incombente reazione forgiando il Partito comunista guida decisiva per la libertà e il socialismo nel XX della morte». E' ingiallita dal tempo, ma comunque rimarrà, an-che quando verrà inaugurato l'hotel a cinque stelle della catena spagnola che ha appena comprato l'immobile. Dentro, non è che sia meglio. Il palazzo dove Gramsci cominciò ad elaborare la via torinese al socialismo fa decisamente schifo. Il cortile interno, un bel loggiato quasi monastico, è decorato con sterpaglie alte un paio di metri, ciarpame abbandonato, una decina di sacchi dell'immondizia piuttosto stagionati, a giudicare dall'odore. Al primo piano una dozzina di ingressi murati per impedire l'accesso, intonaco del soffitto penzolante, vetri rotti, così come al secondo. Sulle scale alcuni cartelli avvisano degli scarsi risultati ottenuti dalla «derattizzazione e deblattizzazione» del 2002 invitando «a sorvegliare i bambini». L'abbaino nel quale visse Gramsci è disabitato da anni. Ma appena fuori, è piazza Carlo Emanuele II, detta Carlina, a due passi da piazza Castello e piazza Carignano, il teatro Regio, la Mole Antonelliana sullo sfondo. Queste le coordinate, per capire come passa il tempo e come cambiano veloci le cose, anche nel brevissimo periodo. Anno 2004: il Comune, proprietario dello stabile-reliquia, decide di vendere, destinazione d'uso un hotel a cinque stelle. «Oltraggio alla memoria», tuonano Pdci e Rifondazione cittadini, seguiti a ruota dagli esponenti nazionali che accusano il sindaco Sergio Chiamparino di comportarsi «in maniera berlusconiana». Intervengono gli storici (Tranfaglia, Orsi), per dire che la casa non si tocca, Sandro Curzi scherza: «Gramsci troverà modo di vendicarsi dell'offesa». Novembre 2006, appena due anni dopo, rovente seduta del Consiglio comunale. Un esponente di Rifondazione strilla: il palazzo è stato svenduto, potevamo farci «almeno 3.000 euro al metro quadro». La discussione, da ideologico-storiografica che era, ha assunto toni prosaici. Più che di cuore, è ormai questione di portafoglio. Nel nome di una corretta valutazione dell'immobile appena ceduto ad una catena alberghiera, i partiti della sinistra radicale (presenti in giunta) si saldano a Forza Italia e An nel denunciare «il cattivo affare». L'unico ad evocare lo spirito gramsciano è un insospettabile, Rocco Buttiglione, ex candidato sindaco: «Non rispettate la sua memoria». L'assessore comunale alla casa ribatte di essersi attenuto ad una perizia che stabiliva «con precisione» il valore dell'immobile, bisognoso di robusta ristrutturazione, in 700 metri al metro quadro. In arrivo una denuncia bipartisan alla Corte dei conti, seguita da un esposto in Procura, ai quali vanno aggiunti il ricorso al Tar del gruppo Radisson, escluso dalla gara d'appalto. Guido Crosetto, capogruppo di Forza Italia ci tiene a puntualizzare: «A me della memoria non me ne può fregare di meno. Quel palazzo è stato svenduto ad una cifra cinque volte inferiore al prezzo di mercato». L'osservatore esterno Gianni Vattimo, che due anni fa protestò contro «l'estremo insulto», se n'è fatto una ragione: «Può dispiacermi, ma non è il Colosseo. E come dimostra Rifondazione, non sono più tempi per battaglie di principio, è solo questione di prezzi». Dopo aver spiegato che con i soldi della vendita di «casa Gramsci» il Comune acquisterà trecento appartamenti di edilizia popolare, Chiamparino dice la sua: «Mi sembra un dibattito schizofrenico. O parliamo della memoria di Gramsci, o del prezzo al metro quadrato. Se è un tempio, fuori i mercanti. Altrimenti non c'è serietà. Faccio notare che nel palazzo di via Arcivescovado, dove Gramsci lavorò per anni, c'è una banca. Ma non risulta che nessuno abbia mai protestato». Infastidito dal clamore e dagli strascichi, il sindaco. Anche lui è stato preso di sorpresa dalla nemesi gramsciana, giunta in forma di accesa discussione sull'entità degli assegni circolari.
TORINO Svenduta la casa di Gramsci, è lite a Torino
Il palazzo in cui visse Antonio Gramsci, il fondatore del Partito comunista, è stato venduto ad una catena alberghiera per 700 metri al metro quadro, una cifra cinque volte inferiore al prezzo di mercato. Il Comune di Torino, proprietario dello stabile, ha deciso di vendere l'immobile con destinazione d'uso un hotel a cinque stelle. I partiti della sinistra radicale e Forza Italia hanno denunciato il cattivo affare, ma il sindaco Sergio Chiamparino ha affermato che la questione è solo questione di prezzo e non di principi. L'ortolano con bancarella davanti al palazzo è stato intervistato e ha espresso la sua opinione sulla vendita del palazzo.
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