In un recente articolo pubblicato sul Sole 24 Ore il ministro Urbani ricorda, in modo perentorio, come l'art 9 della nostra Costituzione riservi la tutela dei Beni culturali allo stato. Un distinguo che nasce da tutta una serie di nodi politici che il ministro deve sciogliere a breve e che attengono alla profonda ridefinizione dei rapporti centroperiferia che conseguono alla riforma del Titolo V che prevede una legislazione concorrente tra stato e regioni in materia di valorizzazione dei beni culturali. A questo si aggiunga che il governo è titolare di una delega per la sistematizzazione della legislazione in materia di tutela; un lavoro che da tempo vede impegnata la commissione presieduta da Trotta cui partecipano anche due rappresentanti delle regioni che, a denotare il clima di tensione, hanno più volte minacciato di non partecipare più ai lavori. Stiamo parlando di politica di tutela e valorizzazione del nostro patrimonio culturale, quindi una politica a dir poco strategica, che meriterebbe ben altra attenzione da parte dei media e della classe politica; esistono infatti le condizioni perché, oggi, il nostro sistema di tutelavalorizzazione dei beni culturali faccia un salto di qualità adeguandosi alle aspettative dei governi territoriali e del mondo della cultura. Dico allora che potrebbe essere opportuno andare a rivedere il dibattito alla Costituente per capire come si arrivò alla formulazione definitiva dell'art. 9. Marchesi e Codignola insistevano perché fosse chiaro che la tutela dovesse competere allo stato: la loro era una posizione tenacemente antiregionalista. Marchesi sottolineava in particolare i rischi cui si sarebbe incorsi, ad esempio, nella realtà siciliana. Fu allora che si arrivò al compromesso voluto dal sardo Lussu, autonomista del Partito d'azione, che introdusse una variante significativa: la repubblica al posto dello stato. Un piccolo particolare che il ministro Urbani scorda, e che invece oggi, proprio alla luce del nuovo titolo V che rovescia la piramide istituzionale, dai governi locali allo stato e non viceversa, è più che mai opportuno problematizzare. Voglio essere chiaro: o si supera la logica di una tutela passiva, vincolistica, ancorata alla filosofia del puntiforme, e si comincia a ragionare assumendo la centralità del contesto, ovvero si sposa la logica del paese quale sistema museale territoriale diffuso, altrimenti si incorre l'eterno rischio dell'incoerenza delle politiche. La tutela allo stato, la valorizzazione alle regioni è armamentario arcaico; dobbiamo ragionare in termini di tutela programmatoria, la declinazione politica attuale di quella filosofia della conservazione programmata teorizzata molti anni fa Giovanni Urbani. In questo senso va il documento sulla nuova logica di azione di tutela dei Beni culturali approvato dai presidenti delle regioni, consapevoli che è inutile mettere vincoli se il contesto è devastato e che la specificità del nostro patrimonio culturale è data dal suo porsi in continuum tra singolo bene, o insieme di beni, e il contesto. D'accordo su questo punto con il professor Settis, in disaccordo invece con lui sull'individuazione dell'amministrazione statale del patrimonio quale attore unico e strategico della tutela. Accecati dal nodo dei rapporti pubblicoprivato e dalla questione della esternalizzazione dei servizi museali rischiamo di non capire che il vero nodo è quello della corresponsabilizzazione dei governi locali. Ricordo, in via incidentale, che lo statuto di specialità della regione Sicilia le attribuisce competenze esclusive in materia di tutela; difficile non comprendere il senso della rivendicazione da parte della regione Toscana di un pieno conferimento della tutela dei beni culturali. Il punto politico è chiaro: o si continua con la vecchia contrapposizione tra stato, regioni e governi locali o al contrario utilizzando la logica delle intese previste per i beni culturali dall'art 118 comma III, si procede alla definizione di un corpo tecnico comune e condiviso, ovvero si definiscono indirizzi, linee guida, standard e procedure sia in materia di tutela e valorizzazione, sul modello di quanto si è fatto per gli standard museali Allora è inutile, lo diciamo al ministro Urbani, procedere con l'ennesimo incarto della vecchia 1089 e con la definizione di centinaia di norme prescrittive: è il momento di ridurre lo spazio dei tecnici del diritto a favore dei politici. Prima definiamo gli obiettivi politico-strategici poi chiamiamo i tecnici. Come Margherita esprimiamo il nostro assenso chiaro e netto al documento approvato dalle regioni, e non certo perché siamo aprioristicamente federalisti, ma perché siamo consapevoli che l'Italia è irriducibile alla metafora di Gravier di "Parigi ed il deserto francese", perché è policentrica, con le sue antiche capitali e le sue cento città, su questo a parole siamo tutti d'accordo, bisogna però essere conseguenti sul piano politico. Il professor Settis, per sottolineare come il territorio sia variabile strategica alle politiche di tutela, ricorda il dibattito che nell'Ottocento divise chi, incontenstabile, teorizzava i musei didattici, che prevedevano lo spostamento delle collezioni, da chi, il Fiorelli, invece propendeva per i musei territoriali; rilievo condiviso. Non si tratta ora di mettere in discussione professionalità, ruolo e competenze della nostra amministrazione centrale del patrimonio, del sistema delle soprintendenze; si tratta di comprendere come con i processi di territorializzazione delle politiche e l'accresciuta consapevolezza di come le politiche culturali sono espressive delle diverse identità territoriali governi locali, regioni e stato e privati siano chiamati a nuove, e sottolineo, condivise, responsabilità.
Un salto di qualità nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale
Il ministro Urbani ha ricordato l'art. 9 della Costituzione che riserva la tutela dei beni culturali allo stato. Tuttavia, la riforma del Titolo V prevede una legislazione concorrente tra stato e regioni in materia di valorizzazione dei beni culturali. Il governo ha una delega per la sistematizzazione della legislazione in materia di tutela. La commissione presieduta da Trotta lavora per sistemare la legislazione, ma le regioni hanno minacciato di non partecipare più ai lavori. Il ministro Urbani insiste sulla necessità di una tutela programmatoria, che tenga conto del contesto e non solo dei singoli beni culturali. Egli propone di rivedere il dibattito alla Costituente per capire come si arrivò alla formulazione definitiva dell'art.
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