II professore ha cercato di spiegare i meccanismi del boom delle aste: il segreto è l'innovazione degli artisti agli esordi e la perfezione raggiunta dai vecchi L'asta che si è tenuta da Christie's a New York l'8 novembre ha raccolto 491 milioni di dollari, record che ha infranto quello di Sotheby's nel l990 con 435 milioni. Le ragioni alla base del nuovo boom non sono un mistero: nel corso degli ultimi dieci anni i ricchi se la sono cavata bene; di questa schiera fanno parte i gestori di fondi d'investimento come Steven A. Cohen, che spendono molti dei loro soldi nel mercato dell'arte, nel quale sono entrati anche nuovi miliardari cinesi, indiani e soprattutto russi. Il mistero di questa mania contemporanea, se c'è, consiste nel capire che cosa concorra ad attribuire a un pezzo artistico un valore di 30 milioni di dollari invece di uno solo. Una definizione precisa di capolavoro artistico non la sanno dare neanche coloro che si guadagnano da vivere vendendo arte. Anzi, sono felici di non averne: «È questo a rendere magico il mercato dell'arte», sostiene il capobattitore di Sotheby's, Tobias Meyer. Ma negli ultimi 5 anni un appassionato d'arte, modesto collezionista e docente di Economia all'università di Chicago, David W. Galenson ha provato a cambiare lo status quo mettendo a punto una specie di teoria unificatrice dell'arte che, benché non gli sia valsa il sostegno di molti estimatori, è utile per spiegare il valore relativo dei più bei quadri al mondo. Anche chi non sa nulla d'arte, con l'aiuto di Galenson può capire perché la tela "Orange Marilyn" di Warhol all'asta di Christie's del 15 novembre si potesse aggiudicare a una cifra superiore a quella di "Mao". La teoria di Galeson prende spunto dall'incontro 10 anni fa con una commerciante d'arte che gli disse che l'età di un artista non determina il prezzo delle sue opere. «Tutta la vita ho studiato che esiste un rapporto tra età e produttività e lei mi ha detto che tale nesso non aveva importanza», mi ha poi detto il professore. Galeson ha così iniziato a raccogliere tutti i dati disponibili sui prezzi di vendita delle opere di Warhol, Pollock e altri artisti americani e ha riscontrato l'esistenza di uno schema ben preciso: la maggior parte di questi artisti ha prodotto le sue opere di maggior valore o agli esordi della carriera artistica, come Warhol, oppure proprio al termine, come Pollock. Quando poi ha esteso ai pittori europei gli stessi metodi, ha scoperto che lo schema si ripeteva immutato. Non solo: i due gruppi di artisti tendevano a rapportarsi all'arte e a parlarne in modalità nettamente diverse. I geni giovanili, come Gauguin, Picasso e Van Gogh, sono stati innovatori concettuali e i loro dipinti hanno costituito una netta rottura con il passato. Gauguin disse a un amico: «Non sudare mai su un dipinto: un grande sentimento può essere reso con immediatezza». Gli artisti sbocciati in tarda età, invece, sono arrivati alle loro innovazioni per gradi, sperimentando e sbagliando, e hanno dato il meglio di sé solo quasi al termine della vita. Hanno spesso dipinto più volte un medesimo soggetto, sperimentando sulla tela, riluttanti a definirla ultimata. Galenson ha applicato la sua teoria anche a romanzieri, poeti e altri artisti, sostenendo che le persone più creative lo sono o all'inizio o al termine della vita. Questo ha attirato l'attenzione sul professore Galenson e sul suo libro Old Masters and Young Geniuses (Vecchi maestri e giovani geni) che ha pubblicato di recente. Ovviamente, molti ritengono Galenson un pazzoide strampalato, che ha preso in considerazione la meno scientifica delle attività umane e ha cercato d'inquadrarla in un sistema. E certo la sua teoria non può spiegare tutta la storia dell'arte che prevede qualche eccezione, come "Guernica" che Picasso dipinse a 55 anni, molto dopo le sue opere migliori. Ma se si guarda ai prezzi delle aste o si entra nei più importanti musei al mondo, non si può fare a meno di notare che Galenson ha colto un dato di fatto. Mi sembra che le critiche mosse alla sua "teoria della creatività" siano dovute al fatto che essa ci rivela qualcosa che non desideriamo conoscere: ci piace credere che le opinioni umane siano troppo complesse, sfumate e magiche per essere rinchiuse in qualcosa di "clinico" come una statistica. I tradizionalisti di diversi settori dall'arte allo sport si dicono scettici nei confronti delle statistiche sostenendo che la loro attività è fatta tanto di arte quanto di scienza: definizione di certo buona, ma quando vi capiterà di sentirla, ripensate alla ricerca di Galenson: anche nell'arte c'è un po' di scienza.