Lo hanno presentato come una scoperta ma in realtà di quello che è stato definito "Il Caravaggio della Regina", che raffigura la Vocazione dei santi Pietro e Andrea da ieri è fino al 31 gennaio esposto a Roma nell'ala mazzoniana della Stazione Termini si parla e si discute da oltre un secolo. È stato più volte pubblicato e da sempre è al centro di accesi dibattiti. Quello che oggi è cambiato di questo bel quadro, che somma in raffinata maniera gialli, rossi, vibranti squarci di luce, è l'attribuzione: dopo il restauro e la pulitura l'autografia caravaggesca è data per certa. Un buon numero di storici dell'arte, a cominciare da sir Denis Mahon, ora dice che il dipinto, che è nelle collezione reali inglesi dal 1637, è di mano di Caravaggio, è un originale e non una copia come in passato ha sostenuto parte della critica. Il merito di questa riscoperta e attribuzione è di un italiano, Maurizio Marini, che per più di trent'anni ha studiato la Vocazione e alla fine ha convinto il soprintendente della collezioni reali di Hampton Court a restaurare l'opera, finita nei depositi, quasi illeggibile perché la superficie pittorica era offuscata dalla polvere, dai fumi delle candele e di stufe a carbone. Ci fu, una decina di anni fa, anche l'intervento di sir Denis Mahon, che ha voluto la presentazione a Roma, la città dove fu realizzato sul finire del Cinquecento. La Vocazione dei Santi Pietro e Andrea quando arrivò a Londra, quasi 370 anni fa, fu inventariato come opera del Caravaggio, riconosciuto come tale da Orazio Gentileschi, all'epoca al servizio di Carlo I. Nel Settecento fu indicato da Horace Walpole come uno dei dipinti più belli di proprietà del Re, visibile solo alla corte perché era sistemato come molti altri capolavori sopra una delle porte della reggia di Hampton Court. Nel 1898 i1 dipinto fu pubblicato come originale da Ernest Law. I problemi cominciarono con il Novecento. Nel 1925 Hermann Voss sostenne che si trattava di copia da un originale, sbagliando però l'iconografia. Hugo Wagner lo vide come un pastiche nello stile di Caravaggio. Roberto Longhi, che per primo interpretò correttamente il soggetto (la Vocazione), non lo indicò come autografo. Lo stesso ha fatto nel 1985 la sua erede, Mina Gregori che adesso, dopo la pulitura e lo studio delle radiografie mostrano pentimenti e i tipici abbozzi del maestro sulla preparazione di fondo è di parere completamente opposto. "È Caravaggio", sostiene ricordando che Longhi lo aveva visto celato dallo sporco, quasi illeggibile. Ai dubbi ha dato corpo Maurizio Marini: la tela aveva un'aggiunta. I copisti conoscevano le dimensioni, non c'era bisogno di ingrandirla e non avevano pentimenti durante la realizzazione. E ancor prima della conclusione degli interventi di recupero, pochi mesi fa, la Vocazione è stata pubblicata come autografa da Vittorio Sgarbi, pur senza la nuova immagine di questo dipinto che appare in discrete condizioni anche se ci sono non poche abrasioni, c'è una mancanza di velature sparite causa gli stracci nel tempo usati per togliere il nero della fuliggine. Ma si rivede il giovane Cristo e si rivedono i pesci che regge San Pietro, "il pescatore di uomini". È un'interpretazione. L'analisi iconologica è appena cominciata.