Era stato lasciato ad annerire per 400 anni nei cantinati della Casa Reale britannica In «eccellente stato di conservazione», nonostante «l'abrasione veniale» dovuta a puliture sommarie con stracci per togliere il nero della fuliggine: il Caravaggio della Regina, lasciato ad annerire per secoli tra un camino e un sovrapporta ad Hampton Court, torna a Roma, dopo quattrocento anni dalla sua realizzazione, per la mostra «Caravaggio. Capolavori nelle collezioni private», che si apre domani 22 novembre al «Gate» della Stazione Termini, Presentata ieri alla stampa dallo storico dell'arte Maurizio Marini, che ha scoperto il capolavoro nei depositi delle Collezioni Reali, e da Sir Denis Mahon, il più grande studioso del Caravaggio (e consigliere della Regina) cui si deve l'accurato intervento di restauro, la manifestazione propone per la prima volta al pubblico mondiale la grande e magnifica tela considerata per secoli una copia o comunque un'opera di poco conto. Questo perché il carbone aveva del tutto cancellato lo splendore delle cromie, spiega Marini, mentre le ridipinture sullo sporco avevano ossidato la pellicola pittorica. Eppure il capolavoro, intitolato la «Chiamata dei Santi Pietro e Andrea», non ne ha sofferto, garantisce lo studioso. «Il verde malachite del manto di Gesù è rimasto intatto, così come la lacca della veste». A risentire dell'incuria solo i bruni, prosegue Marini, che qui sono presenti in misura minore rispetto al periodo napoletano. Quando l'opera è stata dipinta, molto probabilmente intorno all'anno 1600, Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio era a Roma e «doveva far vedere quanto era bravo», mentre a Napoli era dominato dall'urgenza e per far presto usava molto il nero di bitume. Ripulito, il grande quadro è meraviglioso, ma quando Marini l'ha visto per la prima volta nei depositi della Royal Collection, a metterlo in allerta, che forse si trattava di qualcosa di diverso da una copia, è stata la tela che aveva un'aggiunta. I copisti sapevano già in precedenza le dimensioni dell'opera, spiega, e allo stesso modo non avevano pentimenti nella sua realizzazione. Così, quando ha potuto analizzare più da vicino il dipinto con un faro antiaerea sparato sulla superficie annerita, ha visto subito i pentimenti e il classico modo di lavorare di Caravaggio con i caratteristici tagli sulla tela. Ma far restaurare il dipinto per capire cosa ci fosse davvero sotto lo strato di vernici ossidate non è stato cosa semplice. Solo con l'aiuto di Sir Denis l'opera è stata restaurata e ora «la Regina - dice Mahon - è felice di sapere che un quadro sporco nei suoi depositi è un capolavoro di Caravaggio». L'opera, registrata negli inventari fin dal 1637, anno del suo arrivo a Londra dopo l'acquisto da parte del re Carlo I, come una tela di Caravaggio (in realtà di Michelangelo), in seguito alla rivoluzione puritana, cambia più volte soggetto, soprattutto per il primato di Pietro su Sant'Andrea protettore del Galles, fino a diventare un dipinto profano (per i pesci tenuti in mano da Pietro diventa «I tre pescatori»). Sir Denis fa riflettere sul volto giovane del Cristo, ancora imberbe. Caravaggio lo aveva ritratto così anche nella «Cena di Emmaus» e fece parlare il Bellori di eresia. Eppure, aggiunge, il pittore lo aveva realizzato nella prima versione per le stanze del Cardinal Mattei. A rivelare la mano di Caravaggio, dice Vittorio Sgarbi (che sta lavorando per esporre a Palazzo Reale di Milano il capolavoro di Caravaggio prima che faccia ritorno a Londra), è «il pensiero è più veloce della pittura», che nei dettagli può diventare sommaria, ma nel complesso dimostra la grandezza del genio.