«Pensare che tutto questo possa mettere fine agli scavi clandestini appare aleatorio. Oltre a quello che si vuole colpire e cioè il mercato nero italiano, esistono infatti una serie di canali che resteranno in ogni caso aperti, a cominciare da uno sterminato arcipelago di soggetti stranieri tra l'altro in piena espansione: insieme ai soliti svizzeri, tedeschi e americani sono infatti arrivati anche i giapponesi. Comunque tutte persone che hanno grosse disponibilità e che offrono quindi uno sbocco sicuro per i "predatori" di casa nostra». Non ha dubbi il professor Fabio Fedeli, presidente dell'Associazione archeologica piombinese e ispettore onorario della Soprintendenza archeologica della Toscana. Per lui, autore di decine di articoli e di almeno un paio di volumi ad hoc, la «sanatoria» prevista da un disegno di legge che dovrebbe approdare domani al consiglio dei ministri non servirà assolutamente a bloccare l'illegalità che storicamente condiziona il settore. «Non solo - prosegue - ma gli archeologi del futuro sarebbero costretti, se passasse questa normativa, a bussare magari a centinaia di porte in tutta Italia per potere osservare i pezzi che, pur catalogati, non sarebbero comunque osservabili e studiabili nello stesso posto». La proposta di legge. Ma facciamo un passo indietro per ricostruire, in estrema sintesi, l'ossatura di un ddl il cui scopo, viene spiegato, è quello di fare riemergere dal buio di nascondigli e collezioni private centinaia di migliaia di reperti. L'idea prende spunto dalla legge 1089 del 1939, dove si stabilisce che ciò che si trova nel sottosuolo italiano, se si tratta di beni di interesse storico ed artistico, è di proprietà dello Stato. In pratica, chi abbia trovato o acquistato una statua, un vaso o un qualsiasi oggetto di valore archeologico rischia attualmente di essere denunciato per approprazione indebita. Si vorrebbero quindi proteggere in qualche modo i 6mila siti archeologici censiti nella Penisola e limitare un fenomeno che, negli ultimi 30 anni, ha portato ad almeno 500mila recuperi da parte dei carabinieri La nuova normativa farebbe cioè diventare lo Stato proprietario dei reperti, con il privato che ne sarebbe nominato custode. «Questa è un po' la riproposizione della legge sulle armi varata qualche anno fa - prosegue Fedeli, in seguito alla quale buona parte degli interessati presentarono la denuncia, altri si tennero tutto senza fare niente, ma non mancò neanche chi decise di buttare via il materiale nel mirino. Ecco, anche nel caso dei reperti archeologici potrebbe accadere qualcosa del genere. La legge in teoria potrebbe comunque avere anche lati positivi: ad esempio, la costruzione si un grande archivio, ma, come dicevo, non servirebbe ad interrompere i traffici clandestini». Business da capogiro. Una qualsiasi stima sull'entità del giro d'affari, dicono gli esperti, è impossibile, ma il traffico di reperti archeologici, pur essendo sempre esistito, ha risvolti a volte impensabili A cominciare dal tipo di «aggressione» che yiene operata nei confronti dei siti, con forti differenze da una parte all'altra dell'Italia. «Qui da noi -spiega ancora Fedeli ,intendendo soprattutto l'Etruria meridionale, operano soprattutto singoli e piccoli gruppi. Ma se ci spostiamo in Puglia e Campania, tutto è nelle mani della criminalità organizzata che arriva ad usare le ruspe per depredare una necropoli scavando in modo indiscriminato e raccogliendo ciò che si salva. Ed i clienti certamente non mancano, così come i sistemi per "pulire" il materiale: basta portarlo clandestinamente in Svizzera, ad esempio, dove il mercato è libero: gli interessati comprano l'oggetto e, magari, lo riportano in Italia con un certificato di acquisto regolare ed incontestabile». Insomma, una «triangolazione» a prova di bomba messa ancora più in evidenza da mostre di alto livello (la Svizzera è sempre il Paese privilegiato) e lussuosi cataloghi. I nuovi tombaroli. Metal detector e tuta da sub: sembrano essere questi, secondo l'archeologo, gli strumenti preferiti dai tombaroli del terzo millennio. Chi usa il primo congegno cerca soprattutto piccoli oggetti in siti già noti, magari segnalati dalle stesse riviste specializzate che pubblicano anche carte molto dettagliate; coloro che preferiscono immergersi sono inoltre in netto aumento, vista anche la notevole presenza di «pezzi» pregiati provenienti dal mare in moltissime case private. «C'è chi cerca una giustificazione al suo modo di agire parlando dell'emozione di aprire una tomba chiusa migliaia di anni fa - conclude Fedeli -, ma tutti alla fine lo fanno per soldi». Insomma, se Indiana Jones, cioè l'eroe di Spielberg che da tranquillo professore universitario si trasforma in un avventuroso esploratore, alla fine sembra proprio che non esista, appare anche interessante vedere chi sono i «predatori» di oggi. Secondo uno studio dello stesso Fedeli, in questa categoria dominano gli operai (26,92), seguiti da manovali (15,38), elettricisti e pensionati (entrambi al 7,69) e poi, via via, a pari merito, muratori, meccanici, autisti, impresari edili, commercianti, impiegati, ristoratori, boscaioli e sommozzatori di professione.
Il Tirreno
10 Luglio 2003
Quel condono non fermerà i predatori
ST
Stefano Bartoli
Il Tirreno
Un disegno di legge che dovrebbe approdare al consiglio dei ministri, previsto per la fine di settembre, mira a proteggere i reperti archeologici italiani facendo diventare lo Stato proprietario di tutti i reperti, con il privato che ne sarebbe nominato custode. L'idea prende spunto dalla legge 1089 del 1939, che stabilisce che ciò che si trova nel sottosuolo italiano, se si tratta di beni di interesse storico ed artistico, è di proprietà dello Stato.
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