Un'altra meteora ha attraversato il cielo della Finanziaria 2007. Apparsa all'orizzonte con la proposta governativa di fine settembre, quella che poi è stata chiamata spregiativamente una tassa sui turisti ha seguito una traiettoria incerta nel dibattito parlamentare, è stata momentaneamente rinvigorita dalla sua riformulazione nell'emendamento del governo del 10 novembre scorso, ma si è alla fine infranta al suolo alla camera con la decisione di cancellare ogni proposta in merito. Un pericolo scampato? Un'occasione mancata? Entrambe le cose. Perché la norma poteva essere letta da più punti di vista a causa di un'ambiguità intrinseca, che peraltro si poteva facilmente correggere per finalizzare il fatto ad evidenti obiettivi virtuosi. Poteva purtroppo essere presa ed è questa la trappola nella quale è caduta anche come un ulteriore balzello. Una tosatura del gregge di turisti italiani e stranieri perfidamente affidata alle imprese alberghiere o, addirittura, a tutte le imprese della filiera turistica; all'apparenza un modo come un altro per raggranellare un po' di soldi, magari rischiando di uccidere la gallina dalle uova d'oro del turismo italiano laddove il potere monopolistico delle imprese turistiche avesse consentito di passare la tassa sui turisti stessi o di limare i profitti delle imprese del settore nei pochi casi in cui la pressione della concorrenza internazionale h avesse costretti ad assorbire il contributo. Una lettura in linea con le altre cattive interpretazioni di molte delle norme contenute in Finanziaria, che anche in questo caso non si è riusciti a mettere al riparo da strumentalizzazioni interessate. Perché, e questo avrebbe dovuto essere sottolineato con più forza, il modesto contributo chiesto direttamente ai turisti avrebbe consentito di applicare il principio di sostanziale equità dell"utente che paga" al posto di quello in questo caso iniquo del "contribuente che paga": perché i servizi forniti da due sottosistemi costitutivi dell'offerta turistica, quello dei beni culturali e ambientali e quello dei servizi pubblici forniti anche ai turisti dalle comunità di accoglienza, sono ceduti gratuitamente al visitatore salvo l'eccezione di qualche biglietto pagato ai musei e sono, quindi, finanziati dalla generalità dei contribuenti. Con evidenti vantaggi per le imprese turistiche, che prosperano vendendo beni complementari agli attrattori turistici e a quelli forniti dai comuni come servizi pubblici. Il tema, che anche nel dibattito che si è acceso attorno alla "tassa sui turisti" si è fatto finta di non riconoscere, è quello cruciale in Italia del finanziamento del mantenimento dei beni (pubblici) culturali e ambientali che muovono i flussi turistici e del finanziamento dei servizi pubblici (di trasporto, di pulizia, di vigilanza, di manutenzione urbana, eccetera) che, nel caso di alcuni comuni destinatari di rilevanti flussi turistici, configurano un vero proprio sussidio dalla comunità locale ai visitatori. Il contributo che si voleva far pagare direttamente al turista avrebbe, almeno in parte, iniziato a correggere questa stortura che danneggia il sistema turistico italiano, rendendo più precaria e inefficiente la manutenzione e valorizzazione dei beni culturali e ambientali e alimentando situazioni di ingiustizia e di conflitto tra turisti e popolazione residente soprattutto in quelle destinazioni che costituiscono la struttura portante dell'offerta turistica italiana. Per non dire poi del fatto che nel caso dei capoluoghi, delle città metropolitane e del numero limitato di comuni che rappresentano la gran parte degli attrattori turistici, il permesso di agire non solo sulle tasse, ma anche sulle tariffe, avrebbe consentito di correggere una seconda stortura: quella che deriva dal fatto che le più rilevanti destinazioni turistiche ospitano gli attrattori culturali e ambientali, che mantengono, offrendone i servizi a visitatori che non risiedono nelle strutture ricettive della stessa destinazione. Ne consegue che un contributo richiesto al turista e legato solo alla sua residenza temporanea può introdurre la beffa ulteriore di consentire, per esempio, ai comuni dell'hinterland veneziano di arricchirsi con una tassa a carico di turisti che vi pernottano anche se durante l'intera giornata premono sulla città lagunare. Insomma con un po' di buon senso avremmo potuto introdurre due correttivi ai meccanismi finanziari che circondano il turismo italiano: l'identificazione di un flusso costante di risorse finalizzabili al mantenimento degli attrattori culturali ed ambientali, da un lato, e, dall'altro, al ristoro dei costi sopportati dalle comunità locali per la fornitura di servizi ai visitatori. Citando soltanto il fatto che il contributo chiesto ai turisti, pernottanti e non, nelle grandi destinazioni (soprattutto città d'arte) avrebbe posto la base conoscitiva e organizzativa per attivare forme avanzate di controllo della pressione turistica per evitare i danni da congestione. Le preoccupazioni, tutte interne al mondo delle imprese turistiche, poco attente a tutelare i loro veri interessi di lungo periodo, (che non possono non coincidere con quelli di protezione e valorizzazione degli attrattori turistici e di mantenimento di un clima favorevole, a rischio sopratutto nelle grandi città d'arte) ha ancora una volta impedito che si creassero le condizioni finanziarie per dare una spinta vitale al sistema turistico. Un'occasione persa, non un pericolo mancato.