L'atto giudiziario firmato dalla Corte dei Conti del Lazio reca la data del 3 luglio 2003 e gli è appena stato notificato, Adriano La Regina, soprintendente per i Beni-Archeologici di Roma, ha il documento sul tavolo del suo ufficio da cui si domina lo strepitoso scenario del Palatino. Lo sfoglia quasi incredulo, lo commenta. E' chiamato a pagare, insieme con altre quattro persone fra cui il sovrintendente comunale Eugenio La Rocca e l'ex assessore all'Urbanistica Domenico Cecchini, circa un miliardo e 700 milioni e gli viene comunicato che dovrà comparire davanti alla Sezione Giurisdizionale il 22 novembre 2004, «e neanche per andare a difendermi, ma per sentirmi dire a quanto sono stato condannato!» commenta, stupefatto. Ma di quali colpe è ritenuto responsabile, lui che a furia di porre divieti, difendere ruderi, imporre vincoli, contrastare imprese avventate che distruggono monumenti e tracce significative del nostro passato, è stato il fumo negli occhi per tanti amministratori, il sindaco Rutelli compreso con cui ingaggiò memorabili match all'epoca del Giubileo? La Regina non ci gira intorno. Dice: «Chi applica il rigore della tutela, dà fastidio. Viene accusato di provocare ritardi nell'esecuzione dell'opera pubblica, di determinare sospensione dei lavori. E allora deve pagare». II provvedimento che lo colpisce riguarda la lunga controversa vicenda dell'Ara Pacis, il progetto di Meier studiato per sostituire la struttura degli anni Trenta e trasformare fino ai bordi del Tevere la grande piazza nel cuore di Roma. «Noi avevamo due problemi di tutela. Dovevamo salvaguardare le sculture del vecchio monumento. Ed evitare che il nuovo edificio di cui la città nella sua autonomia aveva deciso la costruzione, andasse a compiere devastazioni nell'area su cui sarebbe sorto. Garantita la sicurezza dell'Ara Pacis, avevamo il problema di garantire la sicurezza del sottosuolo». Aver operato per questo obbiettivo, gli è stato fatale. Il Soprintendente dà la parola alla Corte dei Conti, che nella citazione registra le linee guida del progetto stesso, inviato nel gennaio '98 all'Ufficio Progetti Città Storica, Veniva stabilito - a priori quindi - che «per consentire una più puntuale definizione degli interventi strutturali, è necessario iniziare al più presto un programma di sondaggi per accertare la natura del terreno e la presenza di eventuali resti archeologici nel sottosuolo... Sulla base dei risultati dei sondaggi e degli studi sismici sarà possibile determinare il tipo di fondazioni, che probabilmente saranno a platea in cemento armato». Nel provvedimento giudiziario c'è la cronistoria dei lavori ideati da Mayer e le successive ripercussioni. Ecco l'elenco dei comitati che valutano e approvano il progetto, il bando di concorso per l'assegnazione dei lavori, i costi preventivati. Ecco anche, a partire dal settembre 2000, le insistenze del professor La Regina. Che chiede, puntualizza, sollecita. I risultati dei carotaggi non ci sono, scrive. E' necessario «effettuare indagini archeologiche dell'area prima di procedere all'esecuzione del nuovo complesso museale», ripete. Dove sono le cassette con i materiali estratti, nei carotaggi che risalgono ali '88? Siano tecnici archeologici a condurre saggi di scavo, con metodo scientifico e sotto il controllo della Soprintendenza e della Sovrintendenza del Comune, ribatte. E' un martellamento di richieste e solleciti, un balletto di silenzi e rinvii, di riserve, di ventilati risarcimenti in caso di sospensione dei lavori, nello sfasamento fra progetto definitivo e progetto esecutivo. «Noi attendevamo di pronunciarci sulla base dell'autopsia fatta con sondaggi dì scavo. Quello si doveva fare. Una tale prescrizione, posta con chiarezza nel 2001, non potevo darla nel '98? No, perché nel '98 io avevo approvato il progetto che richiedeva e proponeva di fare gli scavi prima di dare il via ai lavori. Quando invece è venuto fuori che il progetto comportava fondazioni profonde, e che i famosi carotaggi erano stati fatti non da archeologi ma per scopi geologici, ho chiesto di non andare oltre e di scavare, di studiare il sottosuolo. Ho esercitato una normale azione di tutela, come facciamo sempre. Dopo anni e anni di questo genere di lavoro, ecco i risultati». Le responsabilità maggiori per il blocco dei lavori e la relativa dilatazione dei costi, vengono addebitate al professore La Regina. La Corte dei Conti lo accusa di «comportamento poco lineare», di «non aver prestato particolare attenzione al progetto relativo alle fondazioni, non richiedendo tempestivamente al Comune di esserne informato compiutamente», di «aver omesso di effettuare le prescrizioni dovute, non esercitando in tal modo in via preventiva, come suo dovere, la tutela cui era istituzionalmente preposto». Le critiche al Soprintendente meno malleabile della città sono tante, severe, «Essendo pienamente consapevole della possibilità di interferenza della costruzione del nuovo complesso sullo strato archeologico, avrebbe dovuto impartire fin dal 1998 al Comune di Roma precise e dettagliate prescrizioni per impedire lavorazioni che avrebbero potuto danneggiare probabili preesistenze antiche» viene ancora redarguito. E condannato a pagare alle ditte appaltatrici il risarcimento {con relativa rivalutazione monetaria) per i danni derivati dalla sospensione dei lavori, più gli interessi legali e le spese di giudizio. Ma non basta. La citazione precisa, alla fine: «I convenuti non potranno comparire all'udienza se non per mezzo d'avvocato». E la lunga storia dell'Ara Pacis di Meier, attraversata da polemiche, correzioni, critiche, revisioni, giudizi osannanti e giudizi al vetriolo, non mostra ancora di avviarsi alla conclusione.