La rivista Nordest Europa.it lancia la candidatura di Verona come capitale culturale per il 2019. Una proposta che vuole scuotere la città «È un investimento conveniente perché ormai è un bene di consumo. In crescita» «Sfiora l'8 nel paniere di una famiglia, è un elemento vincente nel mercato. Però bisogna abbandonare le logiche di bottega in cui spesso ricade il Nordest» Fare di Verona un balcone sull'Europa. Mettersi diligentemente in coda e chiedere a Roma e a Bruxelles di occupare il primo posto libero nel vagone più esclusivo del treno continentale: quello di «capitale della cultura europea». Progetto a lunga scadenza, sia chiaro fin da subito. Perché, assicura chi sta davanti nella lunga coda degli aspiranti, il primo posto vuoto è nell'anno 2019. Gli altri sono già occupati. Dai più bravi. Da chi ci ha pensato prima. Da chi ha fatto sistema e non ha sprecato energie in lotte intestine. La coraggiosa proposta della rivista «Nordest Europa.it» è stata presentata (e dibattuta) ieri sera alla Società Letteraria da un tavolo motivato e colto, che non ha sottovalutato luci e ombre dell'ambizioso progetto introdotto da direttore Alberto Battaggia. «Un'occasione da non perdere per unificare molti protagonisti della città in uno spirito multipartisan», ha detto. Del resto i fattori e le risorse non mancano. Da Verona Sud all'Arsenale, da Castel San Pietro al polo dell'innovazione, non ci vuole un profeta per immaginare un volto radicalmente diverso per la città del prossimo futuro. Ezio Micelli, docente di estimo all'Università Iuav di Venezia, spiega i perché di una candidatura scaligera. «Verona è al centro di un crocevia naturale, da un lato il corridoio 5 est-ovest che collega Barcellona con Lubiana, dall'altro il corridoio 1 Roma-Berlino. Verona è storicamente al centro di culture diverse». Ma non è solo questione geografica. L'importante promozione (ma anche solo la candidatura) potrebbe produrre benefici risultati sul tessuto sociale. Come favorire la crescita del «fare insieme». E conferire, a caduta, un'immagine più nobile e alta, qualcosa più delle partite Iva. E perché no? favorire un motore di crescita culturale e turistico tutt'altro che trascurabile. Perché se è vero che Venezia fa 30 milioni di presenze l'anno, Verona totalizza la rispettabile cifra di 15 milioni. «Il guaio è», ha detto Micelli, «che troppo spesso l'identità del Nordest è appiattita sulle logica di bottega». Pare che il progetto abbia raccolto gli autorevoli consensi di forze politiche non propriamente allineate: Galan e Rutelli. Il che non è poco. Ora tocca ai veronesi, se nutrono questa ambizione. Ma in un'ottica di alleanze con realtà vicine e non di città isolata. Per arrivare, hanno detto con malizia alcuni relatori, a qualcosa di più delle Olimpiadi del formaggio. Giancarlo Corò, docente di Economia a Ca' Foscari, ha ricordato il concetto di distretto culturale, dimensione che accomuna Firenze a Verona e altre città che esprimono il valore aggiunto del bene culturale. Ma perché conviene investire in cultura? «Perché la cultura non è solo un bene di merito, socialmente utile, come la sanità, la scuola e la previdenza. Ma è un bene di consumo, con trend in forte crescita». La cultura sfiora l'8 nel paniere della famiglia media. E diversamente da altri beni, l'utilità di questa componente non è decrescente con il consumo: se la bistecca (sia detto con rispetto per il Sud del mondo) può venire a nausea, la cultura si autoalimenta e genera nuovi appetiti. Insomma, chi più sa più vorrebbe sapere. Oltre al «valore di riconoscibilità» che permetterebbe di generare una reputazione di altro tono, elemento vincente in un mercato sempre più aggressivo e competitivo. La giornalista Donata Righetti ha suggerito di ripetere gli schemi di alleanze disegnati con la mostra del Mantegna, «ma serve un progetto forte, come riuscì a fare Genova prima di diventare capitale europea della cultura nel 2004». Maurizio Pedrazza Gorlero ha riconosciuto una certa lentezza reattiva dei veronesi. Pur sottolineando che «la cultura bipartisan è già seminata nella città e occorre ora accudirla e crescerla, favorendo alleanze di professionalità, forze politiche, economiche e culturali». Il giornalista del Sole 24 Ore Claudio Pasqualetto ha ricordato che le grandi trasformazioni di una città «sono legate a grandi eventi che muovono un sacco di soldi e riescono a scardinare un sistema e insieme a rinvigorirlo, svegliando nuove professionalità». Ma chi si deve muovere? «L'impressione è che a Verona le cose si muovano solo se sono gradite ai salotti che contano», ha detto. Eppure, ha aggiunto, Verona è una miniera economica e culturale. Il problema è «fondere questi mondi e produrre sinergie». Danilo Castellarin
Verona come capitale culturale per il 2019. Una scommessa chiamata cultura
La rivista Nordest Europa.it ha lanciato la candidatura di Verona come capitale culturale per il 2019. La proposta vuole valorizzare la città e promuovere la crescita del tessuto sociale. Verona è al centro di un crocevia naturale e culturale, con la possibilità di favorire la crescita del fare insieme e di conferire un'immagine più nobile e alta. Il progetto ha ricevuto gli autorevoli consensi di forze politiche non propriamente allineate. Ora tocca ai veronesi di nutrire questa ambizione e di lavorare per unificare molti protagonisti della città in uno spirito multipartisan. La cultura è un bene di consumo in forte crescita, con trend che sfiorano l'8 nel paniere della famiglia media.
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