Non di solo Monticchiello si tratta; ma, con poche coraggiose eccezioni, dell'intero Paese, l'Italia, che presenta tanti casi analoghi. E rischia di presentarne sempre di più. La bolla speculativa - ha avvertito implicitamente Vittorio Emiliani - può scoppiare anche in Italia. È legittima dunque la preoccupazione che si stiano costruendo più abitazioni del necessario e non si costruiscano, per lo stesso motivo di fondo, quelle davvero necessarie, cioè rispondenti alla nuova e diversificata domanda di alloggi. Anche la confusione che si è fatta inizialmente su Monticchiello da parte degli onesti amministratori e di alcuni politici, sta a dimostrarlo. Prima ci si è fatti scudo con l'argomento che chi è nato lì aveva il sacrosanto diritto di farsi la casa sul posto (senza che l'andamento demografico lo confermasse). Poi è venuto candidamente fuori che Iniziative Toscane, di fatto, costruiva seconde case in quel luogo reclamizzato come sito Unesco. Allora si è parlato di «necessità di sviluppo» che, come si deve recitare, ha da essere sostenibile, equilibrato e via aggettivando. Ma lasciamo stare Monticchiello e il caso che ci si è montato sopra: gli «eco-mostri» se esistono, sono altrove e non da ora. Basta con l'indiscriminata disperazione sull'incolpevole cemento. Sia perché in queste casupole ce n'è poco, sia perché - soprattutto - autentici capolavori della modernità sono stati costruiti con questo materiale, già noto, in nuce, ai romani Bisogna citare il Pantheon? O ricordare le meraviglie di Le Courbusier a Chandigarh? E che l'inizio della modernità dell'architettura è segnato dal cemento di Auguste Perret? Nessuna voglia di fare lezioncine inopportune, ma, oltre le cose giuste già scritte da Roberto Barzanti, che inquadrano perfettamente la situazione, ritengo sia giusto confessare che in Italia e perciò anche in Toscana, si avverte, anche nelle prese di posizione più decise (assessori, ministri, intellettuali) una diffusa carenza di cultura architettonica. Architettonica nel senso più esteso: cioè come trasformazione fisica (e poi simbolica, se è il caso) dello spazio; aggiunta di valore a un luogo: valore etico-estetico, non di mercato. Che però non è necessariamente da escludere: vi piacciono, a Londra, Regent's Street e Regent's Park? Ci sono luoghi, territori più o meno vasti, in cui non si deve costruire niente. I vincoli sono necessari per tramandare al futuro. Ma proprio nelle crete, il più «tipico» paesaggio senese, senza nulla costruire di nuovo, alterazioni paesistiche micidiali sono intervenute negli ultimi venti anni proprio in nome della produttività agricola: è progresso o no? Tutto documentato e noto agli studiosi, ignorato in generale. E ci sono luoghi, pur protetti da vincoli, in cui eccellenti architetture potrebbero imparentarsi con l'esistente. Ma chi controlla? Chi decide? E chi progetta? E qual è la domanda dei committenti? Qui è un'intera società in crisi, che spesso si esprime: e i risultati si vedono. C'è da intraprendere quindi una grande opera di ricostruzione delle competenze e dei saperi affinché possano concorrere a un buon uso del territorio e alla promozione di edifici e di insediamenti che rappresentino al meglio la nostra civiltà: viene in mente la legge sull'architettura promossa da Mitterand che iniziava proprio con queste ultime parole e che in tutti questi anni ha dato in Francia grandi risultati: trasformazioni urbane, anche discutibili, ma di qualità sperimentale elevata; e già due generazioni di ottimi progettisti. Certo che ci vogliono piani, programmi, regole, autonomie diffuse. Ma non c'è urbanistica seria senza controlli e verifiche di scala superiore. La cultura che permea i vari strumenti e la competenza degli amministratori - questo è il punto decisivo - devono essere più alte. La maggior parte degli italiani, poi, mostra di avere un'idea della casa (cellula fondamentale del costruire), che è mutuata dal mercato, e non dal grande patrimonio delle ipotesi progettuali, che in altri paesi continuamente si arricchisce. Per ultimo, quasi paradossalmente, difendo la legge urbanistica del 1942: molto più chiara di tutte le invenzioni giuridico-urbanistiche che si sono affastellate dopo, e che non hanno evitato né disastri né promosso un'urbanistica più rigorosa; e spesso hanno burocratizzato tutte le procedure relegando progetti e loro valutazione nel cassetto delle cose sunerflue. Certo che quella vecchia legge va cambiata, integrata, declinata con flessibilità, adeguata alla mutata articolazione dello Stato. Ma questo non vale anche - absit iniuria - per la nostra nobile Costituzione? architetto